mercoledì 21 aprile 2010
domenica 18 aprile 2010
sabato 17 aprile 2010
giovedì 15 aprile 2010

Seminario aperto al pubblico
Come si trasforma il capitalismo su scala mondiale. Crisi, imperialismo, nuovi rapporti centri-periferie, sfide ambientali e riproducibilità del sistema
Come si trasforma il capitalismo su scala mondiale. Crisi, imperialismo, nuovi rapporti centri-periferie, sfide ambientali e riproducibilità del sistema
Milano – sabato 17 aprile 2010 – ore 11 – 17
Teatro Verdi – Via Pastrengo 16 (MM2 Garibaldi – Vicino Stazione Centrale)
seminario con
Samir Amin (direttore Forum du Tiers Monde, Forum Mondiale delle Alternative)
con brevi contributi di Giancarlo Saccoman
Bruno Steri
prima sessione ore 11-13 seconda sessione ore 14-17
Le crisi costituiscono un potente impulso alla riorganizzazione e alla trasformazione del capitalismo, all'avvio di nuovi cicli di accumulazione. Come nel passato, così nel corso dell'attuale crisi globale. Le sfide poste dai mutamenti del paradigma energetico e ambientale, del paradigma proprietario, del paradigma dei rapporti egemonici su scala mondiale (imperialismo, nuovi baricentri di sviluppo) inducono varie trasformazioni o transizioni, non ultimo nel rapporto centri-periferie.
Organizzano Rivista Essere Comunisti - Associazione Culturale Punto Rosso
Teatro Verdi – Via Pastrengo 16 (MM2 Garibaldi – Vicino Stazione Centrale)
seminario con
Samir Amin (direttore Forum du Tiers Monde, Forum Mondiale delle Alternative)
con brevi contributi di Giancarlo Saccoman
Bruno Steri
prima sessione ore 11-13 seconda sessione ore 14-17
Le crisi costituiscono un potente impulso alla riorganizzazione e alla trasformazione del capitalismo, all'avvio di nuovi cicli di accumulazione. Come nel passato, così nel corso dell'attuale crisi globale. Le sfide poste dai mutamenti del paradigma energetico e ambientale, del paradigma proprietario, del paradigma dei rapporti egemonici su scala mondiale (imperialismo, nuovi baricentri di sviluppo) inducono varie trasformazioni o transizioni, non ultimo nel rapporto centri-periferie.
Organizzano Rivista Essere Comunisti - Associazione Culturale Punto Rosso
IO STO CON EMERGENCY

SABATO 17 - ore 14,30
Appuntamento in
Piazza San Giovanni ROMA
Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.
IO STO CON EMERGENCY-->
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.
IO STO CON EMERGENCY-->
domenica 11 aprile 2010
AFGHANISTAN: - FRATTINI ESIGA RILASCIO IMMEDIATO MEDICI ITALIANI DI EMERGENCY

AFGHANISTAN: - FRATTINI ESIGA RILASCIO IMMEDIATO MEDICI ITALIANI DI EMERGENCY
Il governo e il ministro degli esteri Frattini si adoperino immediatamente per esigere il rilascio incondizionato dei tre
medici italiani arrestati in Afghanistan insieme a altre sei dipendenti di Emergency.
medici italiani arrestati in Afghanistan insieme a altre sei dipendenti di Emergency.Non solo le forze Nato conducono in Afganistan una guerra che provoca quotidianamente distruzioni e vittime tra le popolazioni civili, ma adesso concorrono anche all’arresto dei medici impegnati con
Emergency nello sforzo di alleviare le sofferenze provocate da un conflitto senza fine.Sono inaccettabili le parole attraverso cui il ministro Frattini marca le distanze da Emergency, limitandosi a dire che la Farnesina ‘segue’ la vicenda dei nostri connazionali.

Frattini e il governo non possono stare alla finestra: è loro preciso dovere politico e civile intervenire tempestivamente, attivando tutti i canali diplomatici nei riguardi delle autorità afghane e alleate, per esigere l’immediato rilascio dei tre cittadini italiani e di tutto il personale di Emergency.
Verso cui rinnoviamo la nostra più sentita solidarietà e vicinanza.
PRC VIMO
sabato 10 aprile 2010
REDDITI, LE FAMIGLIE SEMPRE PIÙ A FONDO
REDDITI, LE FAMIGLIE SEMPRE PIU' A FONDO.
Nel 2009 crollo di consumi e risparmi: -5%. I sindacati: «Riforma fiscale»
Un taglio del reddito del 2,8% e un calo dei consumi dell’1,9%. In totale, un taglio delle buste paga del 5%. Sono gli ultimi dati dell’Istat a ridisegnare il volto di un Bel Paese, che ormai è alla frutta. Si tratta del peggior livello dei bilanci famigliari dagli anni ’90 ad oggi. I numeri si riferiscono all’ultimo trimestre del 2009. Il potere di acquisto delle famiglie (cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) è diminuito dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente e del 2,6 per cento rispetto a quello corrispondente del 2008. È proseguita poi la flessione del tasso di investimento delle famiglie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi delle famiglie, che comprendono gli acquisti di abitazioni e gli investimenti strumentali delle piccole imprese classificate nel settore, e il loro reddito disponibile lordo) che nel quarto trimestre 2009 si è attestato all’8,8 per cento, 0,2 punti percentuali in meno rispetto al trimestre precedente, risentendo di una riduzione degli investimenti (meno 2,2 per cento) molto superiore a quella del reddito disponibile (meno 0,2 per cento). «Giunge oggi dall’Istat l’ennesima conferma alla gravissima situazione che avevamo prospettato da tempo». Commentano Adusbef e Federconsumatori. La dimostrazione, secondo le associazioni, che «la situazione in cui versa il Paese, è ben diversa da quella continuamente invocata dal “partito degli ottimisti”». Le associazioni dei consumatori chiedono la detassazione per 1200 euro delle famiglie a reddito fisso, e il blocco delle tariffe, che stanno pesando sempre di più sui bilanci delle famiglie italiane, con aumenti clamorosi per 761 euro annui. Secondo il portavoce nazionale della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero, il taglio netto del reddito delle famiglie italiane è causato dalle «politiche di moderazione salariale e di estensione della precarietà del lavoro». «Mentre le grandi ricchezze e i profitti continuano ad aumentare - aggiunge Ferrero - questa condizione del reddito si pone all’origine della crisi italiana, in quanto peggiore è la condizione economica delle famiglie e la loro capacità di acquisto, più la crisi è destinata da aggravarsi». Secondo il leader della Federazione, per uscire da questa situazione occorre quindi agire su tre fronti: la tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziare, un aumento generalizzato di stipendi e pensioni, l’abrogazione della legge 30 che sancisce il lavoro precario. I dati Istat che vedono in calo non solo i redditi delle famiglie, ma anche il tasso di profitto delle imprese (con le peggiori performance dagli anni ’90) e della propensione al risparmio, «sono la dimostrazione che «non siamo fuori dalla crisi», dice il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. «Purtroppo, essendo precipitati molto - ha spiegato -, la risalita è praticamente invisibile e quindi, come tale, è davvero una fase che si prolungherà, purtroppo. Tanto più se il Governo non fa nulla».Cgil, Cisl e Uil rilanciano, unitariamente, la richiesta di un intervento urgente sul fisco. «Non è più il tempo di attendere - dice Agostino Megale, della segreteria nazionale della Cgil - il governo deve convocare subito un tavolo che porti ad una riforma fiscale che premi i lavoratori dipendenti e i pensionati, ovvero quella parte del paese sempre più povera». I dati dell’istituto statistico, «confermano - spiega Megale - un paese in cui le disuguaglianze si accentuano e le famiglie sono sempre più povere: basti pensare che tra il 2002 e il 2009 il potere d’acquisto delle famiglie di operai e impiegati si è ridotto mediamente di circa 2.000 euro, mentre quello delle famiglie di imprenditori e liberi professionisti si è incrementato di oltre 16.000 euro».A fare qualche conto in tasca agli italiani è stata la Cia, la confederazione degli agricoltori: quattro famiglie su dieci sono state costrette a ridurre il “carrello della spesa”, mentre per il 60% c’è stato un cambio nel menù. Aumenta addirittura la percentuale (35 per cento), secondo gli agricoltori, di chi ha optato per prodotti di qualità inferiore facendo acquisti presso gli hard discount, dove gli affari hanno registrato un incremento del 15%. Calano, in particolare, le vendite di pane, vino, carne bovina, olio d’oliva. «Il 42 per cento delle famiglie ha dovuto ridurre gli acquisti di carne, in particolare quella bovina, il 38 per cento quelli di pane, il 36 per cento quelli di olio d’oliva e il 35 per cento quelli di vino». Anche per la Confcommercio il quadro è di «forte difficoltà». «Alla luce di queste evidenze - si legge in una nota - il confronto tra riduzione dei consumi (-1,8%) e riduzione dei redditi reali (tra il 2,3% e il 2,7%, secondo le nostre stime), indica che le famiglie italiane hanno fatto tutto il possibile per difendere i propri livelli di benessere e non hanno ceduto a eccessive preoccupazioni, nonostante la crescita della disoccupazione». «Per questo - conclude Confcommercio - assume un rilievo ancora maggiore la necessità della riforma fiscale: la riduzione strutturale delle aliquote legali, accompagnata da un’efficace azione di contrasto all’evasione e all’elusione nonché dalla riduzione degli sprechi nella pubblica amministrazione».
Fabio Sebastiani
Fabio Sebastiani
venerdì 2 aprile 2010

LETTERA APERTA A TUTTI I PARTITI DELL’OPPOSIZIONE PER UNA MOBILITAZIONE COMUNE CONTRO IL GOVERNO BERLUSCONI A PARTIRE DALLA DIFESA DELL’ARTICOLO 18
Cari amici e compagni,
I risultati delle elezioni regionali consolidano a mio parere il governo Berlusconi. Questo nonostante la corruzione, le iniziative antidemocratiche e la politica antisociale che scarica i costi della crisi su giovani, lavoratori e pensionati.
Penso che l’unico modo per modificare questa drammatica situazione non stia nel cielo delle alchimie politiche ma bensì nella consapevole costruzione di un movimento di opposizione. Questo deve essere unitario e partire dai problemi sociali – dalla drammatica questione occupazionale e salariale - che la popolazione vive in solitudine senza trovare nella politica alcuna risposta.
Vi propongo pertanto di costruire un'iniziativa politica che dia continuità alla manifestazione del 13 marzo scorso. Partendo da subito con una mobilitazione affinché, dopo l’intervento di Napolitano, venga respinto definitivamente l’attacco all’articolo 18 e ai diritti dei lavoratori contenuto nel “collegato lavoro”.
Vi propongo di costruire una primavera referendaria che oltre a sostenere il referendum promosso dai comitati per l’acqua pubblica, promuova unitariamente referendum contro il nucleare, contro la precarietà e legge 30.
Vi propongo di concordare alcuni obiettivi chiari sulla redistribuzione del reddito e del lavoro, sulla lotta alla precarietà, sulle politiche economiche e ambientali, al fine di determinare la base su cui costruire una mobilitazione duratura nel paese.
Ritengo che un impegno unitario in questa direzione permetterebbe di sbloccare l’attuale situazione ed in particolare di costruire l’agenda politica a partire dai problemi del paese, impedendo al premier di imporre la propria agenda. Resto infatti convinto che ogni alternativa non può che partire qui ed ora dalla rimessa al centro della questione sociale.
Nell’attesa di un Vostro riscontro
Un caro saluto
Paolo Ferrero
Portavoce nazionale della Federazione della Sinistra
Cari amici e compagni,
I risultati delle elezioni regionali consolidano a mio parere il governo Berlusconi. Questo nonostante la corruzione, le iniziative antidemocratiche e la politica antisociale che scarica i costi della crisi su giovani, lavoratori e pensionati.
Penso che l’unico modo per modificare questa drammatica situazione non stia nel cielo delle alchimie politiche ma bensì nella consapevole costruzione di un movimento di opposizione. Questo deve essere unitario e partire dai problemi sociali – dalla drammatica questione occupazionale e salariale - che la popolazione vive in solitudine senza trovare nella politica alcuna risposta.
Vi propongo pertanto di costruire un'iniziativa politica che dia continuità alla manifestazione del 13 marzo scorso. Partendo da subito con una mobilitazione affinché, dopo l’intervento di Napolitano, venga respinto definitivamente l’attacco all’articolo 18 e ai diritti dei lavoratori contenuto nel “collegato lavoro”.
Vi propongo di costruire una primavera referendaria che oltre a sostenere il referendum promosso dai comitati per l’acqua pubblica, promuova unitariamente referendum contro il nucleare, contro la precarietà e legge 30.
Vi propongo di concordare alcuni obiettivi chiari sulla redistribuzione del reddito e del lavoro, sulla lotta alla precarietà, sulle politiche economiche e ambientali, al fine di determinare la base su cui costruire una mobilitazione duratura nel paese.
Ritengo che un impegno unitario in questa direzione permetterebbe di sbloccare l’attuale situazione ed in particolare di costruire l’agenda politica a partire dai problemi del paese, impedendo al premier di imporre la propria agenda. Resto infatti convinto che ogni alternativa non può che partire qui ed ora dalla rimessa al centro della questione sociale.
Nell’attesa di un Vostro riscontro
Un caro saluto
Paolo Ferrero
Portavoce nazionale della Federazione della Sinistra
DAL SITO DI RANIERO LA VALLE UN COMMENTO

di
Raniero La Valle
Se l’Italia fosse un Paese normale, i risultati delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo sarebbero risultati normali: in un sistema seccamente bipolare, come quello che fa le fortune della destra italiana, un risultato di 7 regioni all’opposizione e 6 alla maggioranza sarebbe un risultato ragionevole e abbastanza equilibrato; significherebbe che il centro-destra conserva, sia pure di misura, i consensi per governare e il centro-sinistra è ancora in grado di candidarsi al potere; che il governo ha passato senza danni e senza gloria la strettoia delle elezioni “di mezzo termine” e può tranquillamente continuare a lavorare
per altri tre anni; che sul risultato del voto hanno pesato non solo gli schieramenti nazionali, ma anche la qualità delle persone, che spesso ha fatto la differenza, come Vendola in Puglia che il centro-sinistra nemmeno voleva, come Renata Polverini nel Lazio che ha commosso e persuaso con la sua limpida figura femminile ed operaia, come Emma Bonino ingiustamente abbattuta dal diktat dei vescovi, come De Luca e Loiero contro cui ha votato (o non votato) mezzo elettorato di sinistra in Campania e in Calabria, come Formigoni a Milano che Comunione e Liberazione sembra aver deputato al potere per sempre.
Ma l’Italia non è un Paese normale, e perciò i risultati elettorali si prestano anche ad altre, più allarmate letture. Il Paese non ha colto quest’occasione per salvarsi dal dominio incondizionato di Berlusconi, che in forza di un diritto proprietario interpretato alla latina, esercita il potere di “usarne ed abusarne” a suo piacimento; e anche se il rimedio era a portata di mano, ha preferito rimanere sotto schiaffo della violenza contro le istituzioni che Berlusconi e la sua corte scatenano ogni giorno nel loro anarchico o sovversivo estremismo; lo scorato se non disperato astensionismo ha contribuito a questo esito.
Tuttavia Berlusconi resta al potere per il gioco di fattori che sono ormai del tutto estranei alla sua effettiva capacità di controllo. Non ha più la forza di un partito che “per amore” doveva inglobare in sé più della metà, se non tutti gli Italiani: questo suo partito personale è uscito a pezzi dalle urne (ha perso sei punti, cioè milioni di voti, rispetto alle politiche), spesso superato nel Nord dalla Lega, aborrito da Casini e quasi ripudiato da Fini. Non ha più il fascino del leader, perché la sua immagine privata e pubblica si è irrimediabilmente rotta, e nemmeno lui deve essere molto contento quando la mattina mette la sua faccia, cipria o non cipria, davanti allo specchio. Ha perso la sua lucidità perché in odio a Santoro e a Floris, ad Anno zero e Ballarò, ha dovuto rinunciare a Vespa e a Porta a porta, scatenando uno tsunami di opinione contro di lui, e ha dovuto rimediare con una “totale immersione” in TV facendo tutto da solo, per vincere il suo personale “referendum”. Ha finto un’intimità che non ha con gli Italiani, mandando loro per posta venti milioni di lettere chiamandoli grottescamente uno per uno per nome. Ha continuato a magnificare come opera del regime la ricostruzione all’Aquila, quando la città, materia ormai”inerte”, giaceva sbriciolata nelle carriole trascinate a forza dai suoi esuli abitanti. Ha tentato il dialogo diretto con la folla a San Giovanni e l’ha fatta giurare, offrendosi come paradigma di un nuovo regime assoluto in cui corpo mistico del sovrano e corpo politico del popolo si identificano, ed è bastato il confronto con Mussolini a piazza Venezia perché la cosa finisse nel ridicolo.
Se questo premier che il mondo ci invidia resta al potere, è perché la sinistra è in stato di confusione mentale, e perché dietro a lui si è alzato un arbitro, che ancora non fischia il rigore e che detta le regole del gioco. Questo arbitro è Bossi, come ha detto egli stesso di sé la sera della vittoria; e Bossi è oggi un uomo di poche, ma decisive parole. Arbitro e allenatore insieme, l’unica cosa che vuole è il “federalismo”, che una volta si chiamava secessione, e che i suoi giornali chiamano “la Padania”. Da vero politico, il capo della Lega Nord si è insinuato nelle pieghe del sistema bipolare, ma non perché voglia due partiti o due schieramenti politici, ma perché vuole due Italie, quella delle regioni ricche e quella delle regioni povere, e vuole due “proletariati”, quello degli italiani e quello degli stranieri, dei nativi e dei migranti, degli sfruttati e degli sfruttatori; due poli, geografici e sociali, uno dei quali deve innalzarsi e dominare sull’altro.
Quando Bossi cominciò, si è irriso, lo si è chiamato “folklore”. Come è stato ricordato nell’occasione, D’Alema tentò di annetterselo, come “una costola della sinistra”. Ora Bossi presenta il conto, ed è la divisione sociale ed etnica, la balcanizzazione. Se lo permetteremo.
Raniero La Valle
Se l’Italia fosse un Paese normale, i risultati delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo sarebbero risultati normali: in un sistema seccamente bipolare, come quello che fa le fortune della destra italiana, un risultato di 7 regioni all’opposizione e 6 alla maggioranza sarebbe un risultato ragionevole e abbastanza equilibrato; significherebbe che il centro-destra conserva, sia pure di misura, i consensi per governare e il centro-sinistra è ancora in grado di candidarsi al potere; che il governo ha passato senza danni e senza gloria la strettoia delle elezioni “di mezzo termine” e può tranquillamente continuare a lavorare
per altri tre anni; che sul risultato del voto hanno pesato non solo gli schieramenti nazionali, ma anche la qualità delle persone, che spesso ha fatto la differenza, come Vendola in Puglia che il centro-sinistra nemmeno voleva, come Renata Polverini nel Lazio che ha commosso e persuaso con la sua limpida figura femminile ed operaia, come Emma Bonino ingiustamente abbattuta dal diktat dei vescovi, come De Luca e Loiero contro cui ha votato (o non votato) mezzo elettorato di sinistra in Campania e in Calabria, come Formigoni a Milano che Comunione e Liberazione sembra aver deputato al potere per sempre.
Ma l’Italia non è un Paese normale, e perciò i risultati elettorali si prestano anche ad altre, più allarmate letture. Il Paese non ha colto quest’occasione per salvarsi dal dominio incondizionato di Berlusconi, che in forza di un diritto proprietario interpretato alla latina, esercita il potere di “usarne ed abusarne” a suo piacimento; e anche se il rimedio era a portata di mano, ha preferito rimanere sotto schiaffo della violenza contro le istituzioni che Berlusconi e la sua corte scatenano ogni giorno nel loro anarchico o sovversivo estremismo; lo scorato se non disperato astensionismo ha contribuito a questo esito.
Tuttavia Berlusconi resta al potere per il gioco di fattori che sono ormai del tutto estranei alla sua effettiva capacità di controllo. Non ha più la forza di un partito che “per amore” doveva inglobare in sé più della metà, se non tutti gli Italiani: questo suo partito personale è uscito a pezzi dalle urne (ha perso sei punti, cioè milioni di voti, rispetto alle politiche), spesso superato nel Nord dalla Lega, aborrito da Casini e quasi ripudiato da Fini. Non ha più il fascino del leader, perché la sua immagine privata e pubblica si è irrimediabilmente rotta, e nemmeno lui deve essere molto contento quando la mattina mette la sua faccia, cipria o non cipria, davanti allo specchio. Ha perso la sua lucidità perché in odio a Santoro e a Floris, ad Anno zero e Ballarò, ha dovuto rinunciare a Vespa e a Porta a porta, scatenando uno tsunami di opinione contro di lui, e ha dovuto rimediare con una “totale immersione” in TV facendo tutto da solo, per vincere il suo personale “referendum”. Ha finto un’intimità che non ha con gli Italiani, mandando loro per posta venti milioni di lettere chiamandoli grottescamente uno per uno per nome. Ha continuato a magnificare come opera del regime la ricostruzione all’Aquila, quando la città, materia ormai”inerte”, giaceva sbriciolata nelle carriole trascinate a forza dai suoi esuli abitanti. Ha tentato il dialogo diretto con la folla a San Giovanni e l’ha fatta giurare, offrendosi come paradigma di un nuovo regime assoluto in cui corpo mistico del sovrano e corpo politico del popolo si identificano, ed è bastato il confronto con Mussolini a piazza Venezia perché la cosa finisse nel ridicolo.
Se questo premier che il mondo ci invidia resta al potere, è perché la sinistra è in stato di confusione mentale, e perché dietro a lui si è alzato un arbitro, che ancora non fischia il rigore e che detta le regole del gioco. Questo arbitro è Bossi, come ha detto egli stesso di sé la sera della vittoria; e Bossi è oggi un uomo di poche, ma decisive parole. Arbitro e allenatore insieme, l’unica cosa che vuole è il “federalismo”, che una volta si chiamava secessione, e che i suoi giornali chiamano “la Padania”. Da vero politico, il capo della Lega Nord si è insinuato nelle pieghe del sistema bipolare, ma non perché voglia due partiti o due schieramenti politici, ma perché vuole due Italie, quella delle regioni ricche e quella delle regioni povere, e vuole due “proletariati”, quello degli italiani e quello degli stranieri, dei nativi e dei migranti, degli sfruttati e degli sfruttatori; due poli, geografici e sociali, uno dei quali deve innalzarsi e dominare sull’altro.
Quando Bossi cominciò, si è irriso, lo si è chiamato “folklore”. Come è stato ricordato nell’occasione, D’Alema tentò di annetterselo, come “una costola della sinistra”. Ora Bossi presenta il conto, ed è la divisione sociale ed etnica, la balcanizzazione. Se lo permetteremo.
Raniero La Valle
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