domenica 4 febbraio 2024

UNA SOLA LISTA...

 


 

Intervento del nostro compagno Giovanni Russo Spena oggi su il manifesto nel dibattito su #elezionieuropee2024
 
Una sola lista, oltre il giacobinismo e i personalismi
Ho aderito con gioia all’appello «pace, terra, dignità», sia per l’amore verso Raniero La Valle, sia perché mi appassiona la ricerca sul «confederalismo democratico» di Ocalan, anticapitalista, antipatriarcale, meticcio. Sostengo, quindi, la lista di scopo, che sarebbe piaciuta molto anche a Dino Frisullo e a Eugenio Melandri. Condivido completamente l’intervento su questa pagine di Luigi De Magistris, portavoce di Unione Popolare, della quale sono anche io attivista.
Una lista per la pace, ma anche contro la Nato, per il disarmo unilaterale è soprattutto una critica radicale verso questa Unione europea, strumento della nuova guerra fredda, nemica del Sud globale. Spero che il fondamentale ricorso del Sudafrica alla Corte internazionale abbia posto il tema, anche da noi rimosso, della rifondazione del diritto internazionale. L’imperialismo lo distrugge; noi non possiamo rimuoverlo.
La militarizzazione pervasiva ha svuotato completamente le sedi della cooperazione internazionale. È un pericoloso ossimoro storico; perché, contemporaneamente, matura l’esigenza di un governo multipolare. Anche perché, come scrive Emiliano Brancaccio, l’evidenza scientifica supporta una «legge di tendenza» verso la centralizzazione del capitale, che produce le guerre, costruisce un rapporto tra capitale e catastrofe ambientale, distrugge la democrazia costituzionale. Le catene del valore del capitale si stanno ricostruendo nell’intreccio assoluto con il potere politico/militare.
L’articolo 11 della Costituzione, irride il ministro Crosetto, è l’anticaglia di un mondo che fu. È l’autobiografia della nazione, oggi. Allora «pace, terra, dignità» non è un progetto marginale; è fondativo, perché si proietta sulle insorgenze (Gkn, Ilva, Val di Susa…), sui conflitti sociali, sul mutualismo antiliberista; ma anche sull’attuazione della Costituzione. Autonomia differenziata e premierato non sono un tecnicismo istituzionale ma un possente processo di revisionismo storico contro la Repubblica nata dalla Resistenza. Il diritto costituzionale, spinto ormai ai margini non solo della statualità ma della stessa formazione sociale, è un limite ineludibile all’orrore, perché è critica e limite dei poteri. Israele esercita il «diritto materiale di difesa»? E quali sono i limiti? E quale organismo li attiva? In assenza, vi è l’attuale genocidio, ci sono i crimini di guerra.
Costruiamo, allora, questa lista unitaria. Che, per lo meno, allude timidamente a un progetto. Ma che sappia superare i limiti del giacobinismo e dei personalismi. Tentiamo di rompere le gabbie della delega e dell’indifferenza. E si discuta, perché su alcuni punti emergono certamente articolazioni e accentuazioni diverse. Parlo del mio piccolo campo, per esempio. Io vorrei che tutta Unione Popolare (e, quindi, ovviamente, anche Potere al Popolo, che ne è parte integrante) costruisse la lista. Tentiamo e ritentiamo, ricomponiamo le differenze, non le alimentiamo. L’unità è un traguardo. Il resto è noia, coazione a ripetere frantumazioni.

venerdì 2 febbraio 2024

Rifondazione: Stellantis, l’ad chiede ulteriori incentivi senza prospettive, altrimenti procede con gli smantellamenti degli impianti produttivi

 


Rifondazione: Stellantis, l’ad chiede ulteriori incentivi senza prospettive, altrimenti procede con gli smantellamenti degli impianti produttivi

Carlos Tavares, l’amministratore delegato di Stellantis minaccia neanche tanto velatamente di continuare sulla strada del progressivo smantellamento degli stabilimenti italiani già gravemente messi in crisi dalla riduzione delle produzioni e delle maestranze spinte all’uscita, dall’assenza di prospettive e dagli incentivi, uso massiccio della cassa integrazione, mancanza di certezze sul piano industriale e sui modelli.
Col ricatto occupazionale e produttivo, la paventata chiusura di Mirafiori e Pomigliano, l’ad pretende un aumento delle risorse pubbliche per incentivi all’acquisto, senza impegni veri sul futuro del gruppo in Italia. Ancora una volta si scaricano sullo Stato le responsabilità dei disastrosi ritardi dell’industria dell’auto europea e italiana in particolare rispetto all’emergenza climatica e la crisi di un capitalismo che in tutta Europa per sopravvivere gioca sulla competizione tra gli Stati che il neoliberismo imperante ha ridotto a “camerieri del re”.
Come commentare altrimenti le fanfaronate di un ministro che si dice disposto a entrare nel capitale di Stellantis mentre il suo governo dichiara di mettere soldi pubblici nell’Ilva per riconsegnarla al più presto possibile ai privati; quando per raccattare 20 miliardi vengono svendute quote di aziende strategiche perfino sul piano della sicurezza nazionale.
La sudditanza alla religione del mercato è tale che ci si rifiuta di comprendere come gli incentivi, senza un forte ruolo dello stato nella gestione e nelle politiche industriali, non determinano risultati in termini produttivi e occupazionali.
Oltretutto è noto che gli incentivi finiscono per l’80% in auto non prodotte in Italia.
Basta solo soldi a pioggia. Si investano le risorse necessarie per entrare nel capitale di Stellantis, come ha fatto il governo francese, unica strada per fermare la fuga delle produzioni all’estero e salvare un settore strategico per l’industria nazionale.

Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

martedì 30 gennaio 2024

giovedì 28 dicembre 2023

BUON 2024. AUGURI COMUNISTI DI PACE


 In questo #Natale segnato dal genocidio a #Gaza e dal protrarsi della guerra in Ucraina difficile festeggiare. Rinnoviamo il nostro impegno di comunistə per la pace e la solidarietà tra i popoli, per una futura umanità libera da ogni forma di sfruttamento e discriminazione.

#pace #RifondazioneComunista

 



 

mercoledì 20 dicembre 2023

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA VIMODRONE - Sottoscrizione straordinaria per il trasloco della Direzione Nazionale

 

Sottoscrizione straordinaria per il trasloco della Direzione Nazionale

Carissim* compagne e compagni, amiche e amici,

ancora una volta siamo costretti a rivolgerci a voi facendo appello alla vostra generosa solidarietà per poter affrontare un momento per noi complicato.

Dopo otto anni, siamo costretti a lasciare gli uffici della nostra Direzione Nazionale i cui costi sono diventati non più sostenibili. Ci trasferiamo in una sede più piccola e più modesta di quella attuale ma che abbisogna, per poterci accogliere, di essere sistemata in modo consistente, dall’imbiancatura agli impianti.

Dovremo quindi affrontare i costi di questi interventi ai quali si aggiungono quelli per il trasferimento nella nuova sede. Non un semplice trasloco, dal momento che, oltre allo spostamento degli uffici, dovremo trasferire in due diversi luoghi, uno dei quali lontano da Roma, i materiali d’archivio. Tra questi, la preziosa raccolta di tutte le annate del quotidiano Liberazione, molti libri e altro materiale di documentazione; in altre parole la memoria storica di un trentennio di vita di Rifondazione.

Siamo un partito povero, soprattutto perché paghiamo il prezzo della nostra coerenza. In questi anni, infatti, abbiamo sempre privilegiato la costante ricerca della costruzione dell’alternativa alle politiche antipopolari e di guerra dei poli politici esistenti rispetto a scelte di convenienza che ci avrebbero forse consentito di essere presenti nelle istituzioni ma a costo di uno snaturamento della nostra linea politica.

Non disponiamo di finanziamenti pubblici; norme ingiuste ci hanno esclusi dall’accesso al 2 per 1000. Non abbiamo finanziatori privati se non le nostre e i nostri militanti e voi, tutte e tutti, che vorrete rispondere a questo appello.

Noi pensiamo che la presenza di un partito come il nostro nel disastrato panorama politico italiano sia importante. Un partito che si batte con determinazione per la pace, contro le ingiustizie sociali e ogni discriminazione, per la tutela dell’ambiente e dei beni comuni, per i diritti delle classi lavoratrici, contro ogni forma di fascismo, per le giovani generazioni, per la solidarietà internazionalista e tanto altro ancora. 

Vi chiediamo di sostenerci perché l’autofinanziamento è una precondizione di una politica pulita e di sinistra, indipendente dal potere economico e dagli interessi affaristici.

Potete dare un contributo andando sul nostro sito web all’indirizzo



oppure versando direttamente con bonifico sull’IBAN IT74 E050 1803 2000 0001 1715 208 intestato a PRC-SE.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Vito Meloni, tesoriere nazionale

lunedì 18 dicembre 2023

lunedì 11 dicembre 2023

12 DICEMBRE STRAGE FASCISTA DI PIAZZA FONTANA

 

 
12 Dicembre Rifondazione Comunista:
Ricordiamo il 12 dicembre e la strage di P.zza Fontana. Ricordiamo con la presenza al corteo indetto dal Comitato Antifascista (ore 15,45 P.zza della Scala) e le cerimonie istituzionali che seguiranno. Quest'anno celebreremo quel tragico avvenimento, ritrovandoci insieme ai tanti antifascisti (alle 18.30 in P.zza 24 Maggio) milanesi per chiedere il cessate il fuoco in Palestina. Essere oggi antifascisti è lottare per i diritti dei popoli alla libertà. Libertà per il popolo palestinese contro l'oppressione e occupazione israeliana. Si interrompano gli ignobili bombardamenti contro i civili inermi.
 
 

 

domenica 10 dicembre 2023

P.R.C. - UNIONE POPOLARE - ANCORA UN SABATO A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE.

 ANCORA UN SABATO A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE.

 

 




mercoledì 29 novembre 2023

CONSEGNATE IN SENATO 70.000 FIRME

 

La legge per il salario minimo ha raccolto più di 70mila firme: ora l’Aula dovrà pronunciarsi

Gina si alza ogni mattina alle 5 per andare in ospedale. È addetta alle pulizie, assunta da una cooperativa vincitrice di appalto pubblico. Inquadrata col CCNL Multiservizi. Gli applausi dai balconi durante il Covid le ricordano l’ipocrisia di una politica solerte a definirla “eroina” e ancor più rapida a rigettarla nel dimenticatoio da cui era uscita quando la definivano “essenziale”. Una lavoratrice “essenziale” con una paga da 6,5€ lordi l’ora?

Bruno viene spostato ogni giorno di cantiere in cantiere. È addetto alla guardiania, assunto da una delle grandi aziende della vigilanza privata. Una di quelle con migliaia di addetti e vincitrice di tanti appalti pubblici. Il cedolino di Bruno parla chiaro: 5,85€ l’ora (CCNL Vigilanza e Servizi Fiduciari). E non è nemmeno quello messo peggio…

Sono due storie, diverse ma uguali

a quelle di più di 5 milioni di lavoratrici e lavoratori. Fotografia di un Paese sotto gli occhi di tutte e tutti, eppure troppo spesso lontano dai riflettori del potere politico e mediatico. Immagine di una Repubblica fondata sul lavoro povero e super-sfruttato. Soprattutto se sei donna e/o giovane.

Sono le gambe e le braccia delle tante Gina e dei tanti Bruno che sosterranno i cartoni con più di 70mila firme raccolte per permettere la consegna al Senato della Legge di Iniziativa Popolare per un salario minimo di 10€ l’ora.

In virtù del regolamento del Senato, le firme di 70mila uomini e donne del nostro Paese non potranno esser buttate in qualche cassetto e lì lasciate ad ammuffire. L’art.74, infatti, dispone che le Commissioni competenti siano obbligate a iniziare l’esame entro un mese dal deferimento e che lo stesso debba concludersi entro tre mesi dall’assegnazione.

I parlamentari saranno dunque tenuti a discutere di una proposta che non solo introdurrebbe aumenti salariali capaci di migliorare concretamente la vita di chi oggi guadagna cinque-sei-sette euro l’ora, ma anche un meccanismo di adeguamento automatico del salario minimo all’aumento del costo della vita. Succede oggi in Belgio e succedeva in Italia fino al 1992, quando la scala mobile fu abolita.

Perché se l’inflazione schizza alle stelle, non ci si può accontentare di un salario nominale più alto. Occorre che quei 10€ l’ora rendano effettivamente possibile comprare pane e olio, pagare le bollette e l’affitto, mettere la benzina nell’auto. E se questi aumentano, deve aumentare anche il salario minimo. In automatico. A meno che non si voglia camuffare con specchietti per le allodole l’impoverimento reale di lavoratori e lavoratrici.

Tra i tanti elementi che sono emersi in questi mesi di campagna per un salario minimo di 10€ l’ora, ce ne sono almeno quattro su cui vale la pena soffermarsi:

1. “Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”, cantava Gaber: i principi contano, ma devono tradursi in concretezza che determina l’azione. Le 70mila persone che hanno apposto la loro firma sulla legge l’hanno fatto non per un generico aumento dei salari, ma per una concretissima paga di 10€ l’ora;

2. In settimane in cui si discute di femminicidi e patriarcato, l’introduzione di un salario minimo di 10€ l’ora sarebbe inoltre una misura reale contro la violenza economica del nostro sistema. Donne e giovani sono i soggetti più colpiti dalle paghe da fame, con enormi conseguenze sul piano dell’autonomia e indipendenza individuale. Un salario di 10€ l’ora faciliterebbe l’uscita da una dimensione di violenza che non si manifesta solo in quella fisica, ma anche nella completa dipendenza economica da altri;

3. Si discute spesso, a sinistra, della necessità di ricostruire una “connessione sentimentale” col nostro popolo. Ma quale popolo? C’è chi continua a fantasticare dell’esistenza di un fantomatico “popolo della sinistra” che, però, semmai esistito è ormai scomparso o in via di estinzione. Un “nostro” popolo non va tanto rappresentato, quanto ri-articolato.

La campagna sul salario minimo è una campagna al servizio di un popolo di milioni di uomini e donne, che la “sentono” e a volte la fanno propria perché vivono quotidianamente sulla propria pelle o su quella dei loro cari la contraddizione tra capitale e lavoro, lo sfruttamento del secondo da parte del primo. Non a caso ai nostri banchetti ha firmato anche chi non ha fatto mistero di aver votato Fratelli d’Italia o Lega. La “questione salariale” è questione di classe e ripropone il terreno di contraddizioni materiali da troppo espunte da certi mondi.

4. Raccogliere 70mila firme è stato possibile solo grazie all’esistenza di reti organizzative territoriali di cui si tende a sottovalutare capacità e importanza. Si tratta di un patrimonio che, sebbene non sufficiente, ancora esiste e resiste nel nostro Paese. Può essere un perno utile intorno a cui potrebbe ruotare l’elemento chiave del destino di una politica collettiva e partecipata: la mobilitazione popolare. I rapporti di forza cristallizzati nei banchi parlamentari, infatti, non darebbero alcuna speranza a possibilità trasformative nell’interesse della maggioranza. Il quadro induce alla rassegnazione.

Ma la vita non è una fotografia. È movimento e dinamismo. E l’attore che può mutare gli equilibri è proprio la mobilitazione popolare unita all’organizzazione. Mobilitazione da costruire nel corpo e nel cuore della società, a partire dal mondo del lavoro (dentro e fuori i luoghi di lavoro).

Il Parlamento dovrà dunque pronunciarsi: deciderà di continuare a tollerare stipendi umilianti da 5 euro lordi l’ora? O, per una volta, darà ascolto alle richieste di chi produce la ricchezza – lavoratori e lavoratrici – che da troppo tempo invocano una retribuzione dignitosa?













Grazie per le visite!
banda http://www.adelebox.it/