mercoledì 28 novembre 2018
lunedì 26 novembre 2018
giovedì 15 novembre 2018
NO AI DIKTAT DELLA UE MA LA MANOVRA NON VA BENE!
No ai diktat
della Ue ma la manovra non va bene!
NO ai diktat
della UE
Noi non
contestiamo la manovra del governo perché non rispetta i diktat della UE, come
fanno FI o il PD: alle politiche di austerità ci siamo sempre opposti, per
cambiare radicalmente l’Europa.
Abbiamo
detto NO subito al Fiscal Compact di cui oggi la UE chiede l’attuazione: perché
era facile prevedere che quelle politiche avrebbero aumentato povertà e
disoccupazione, senza migliorare ed anzi peggiorando i conti pubblici. E’
quello che è avvenuto dal 2011 con l’intensificarsi delle politiche di
austerità: la povertà assoluta che nel 2011 colpiva 2 milioni e 600mila
persone, oggi ne colpisce oltre 5 milioni, l’occupazione è solo precaria, si
sono tagliate pensioni, sanità, scuola, diritti del lavoro.
Le politiche
di austerità hanno fallito anche l’obiettivo di migliorare i conti pubblici,
perché il taglio degli investimenti e della spesa sociale ha ridotto la
crescita del Pil ed ha così aumentato il peso del debito: era il 116% del Pil
nel 2011, ora è il 132%.
Da sempre
diciamo che è giusto non rispettare i vincoli del Fiscal Compact: su questo il
governo non sbaglia, sbaglia la UE.
Ma la
manovra non va bene
1. Sono
inaccettabili le politiche fiscali. Diciamo NO al condono in un paese che ha
110 miliardi di evasione annua: solo recuperandone 1/3 cambierebbe davvero il
paese! Diciamo NO alla Flat Tax. NO a nuove riduzioni delle tasse sui profitti
delle imprese: l’ha già fatto Renzi e non è vero che aumentano gli investimenti
privati! Ci vuole invece una patrimoniale sulle grandi ricchezze: per reperire
risorse per investimenti pubblici.
2. Non c’è
nulla per creare lavoro, con diritti e salari dignitosi! Non è vero che si è
recuperato il lavoro perso con la crisi: sono solo aumentati i lavori
brevissimi, precari e sfruttati.
Ci vuole un
piano per la riconversione ecologica dell’economia: per il rischio
idrogeologico e sismico, l’efficienza energetica e le rinnovabili, la mobilità
sostenibile e il diritto all’abitare. Ci vogliono nuove assunzioni in tutto il
settore pubblico: sanità, scuola, cultura, trasporti. Ci vuole la riduzione
d’orario, perché l’automazione non produca nuova disoccupazione.
3.Quota 100
è meglio della legge Fornero, ma penalizza precari e donne.
E’ giusto
che si intervenga sulle pensioni cambiando una delle leggi peggiori che ci
siano mai state. Ma quota 100 non è la promessa abolizione della legge Fornero:
nessun precario raggiugerà mai 38 anni di contributi, come non li raggiungono
le donne su cui si scarica gran parte del lavoro di cura. E sarebbe gravissimo
se si penalizzassero i lavoratori colpiti dalla crisi che hanno usufruito degli
ammortizzatori sociali. La legge Fornero va abolita sul serio!
4. E’ giusto
che ci sia un reddito garantito, ma che reddito è?
Tante
persone in difficoltà aspettano il “reddito di cittadinanza” che è una misura
giusta. Ma il modo in cui il governo pensa di realizzarlo lo trasforma in un
nuovo strumento di ricatto: per obbligare ad accettare qualsiasi lavoro, anche
povero e senza diritti, e magari per dare altri soldi alle imprese!
5. Il
governo non ha ripristinato l’articolo 18. Invece ha potenziato i voucher.
Lottiamo X un
vero cambiamento!
lunedì 12 novembre 2018
10 NOVEMBRE, UNA PIAZZA DI CUI AVEVAMO BISOGNO
10 novembre,
una piazza di cui avevamo bisogno
Stefano
Galieni*
Quante/i
eravamo? 50 mila? 70 mila?, 40 mila come scrive il Manifesto o 100 mila o come
riporta un giornale di solito non totalmente affine come Repubblica? Importa
poco. Importa il fatto che, nonostante le numerose difficoltà organizzative,
gli scarsi mezzi (le grandi organizzazioni si sono ben guardate dal sostenere
una manifestazione incontrollabile e plurale), nonostante i blocchi dei
pullman, con le forze dell’ordine impegnate anche a perquisire i panini, a
identificare e fotosegnalarer i manifestanti, rallentandone inutilmente
l’arrivo a Roma, la piazza si è riempita. Le strade sono state invase da un
pezzo di paese nuovo, meticcio, plurale, che spesso non ha ancora appartenenza
ma che non vuole il decreto Salvini come rifiutava quello del suo predecessore
Minniti, che non vuole gerarchie stabilite sulla base della provenienza che
spesso celano pi profonde di classe e di genere. Le oltre 450 realtà che hanno
aderito e partecipato non hanno faticato a trovare, in piazza, un minimo comune
denominatore che non si basa solo sul rifiuto di razzismo, fascismo,
sfruttamento, patriarcato e omofobia, ma che provano a immaginare idee (il
plurale è fondamentale) diverse di società in cui vivere.
La manifestazione
degli “indivisibili” del 10 novembre stata una tappa, un primo risultato
tangibile di come ci si possa unire senza dovere rinunciare alle proprie
specificità ma in cui ci si possa contaminare e crescere. Ne avevamo bisogno
noi, ne hanno bisogno estremo coloro che più subiscono le politiche repressive
e fascistoidi imperanti, ne ha bisogno anche quella gran parte di paese che
sabato in piazza non c’era e che di questa energia dispiegata non saprà mai
nulla. Si perché gli “indivisibili” sono diventati “invisibili” per gran parte
del circo mediatico nostrano (rare le
eccezioni), meglio parlare di destra e sinistra borghese che si incontra per
affermare l’importanza del business della TAV (chissà se i pullman dei loro
manifestanti sono stati sottoposti a controlli), meglio parlare delle love
story nel jet set, meglio distrarre e disinformare piuttosto che raccontare di
un paese che è con Mimmo Lucano, con i bambini di Riace, con le Ong, per
l’accoglienza e contro il razzismo. Curioso come abbiano trovato spazio per
parlarne su Le Monde e meno sui nostri mezzi di comunicazione. Ma in fondo ci
siamo abituati e forse anche rassegnati a questa narrazione distorta.
Ma fra gli
indivisibili / invisibili scesi in piazza a Roma c’eravamo anche noi ed è
giusto parlarne. Credo che questa manifestazione sia stata per noi, per il
nostro travagliato partito, un toccasana. Ci ha ridato orgoglio, ci ha fatto
sentire un corpo solido, restituito il senso di comunità, complessa,
tormentata, a tratti disorientata ma ci siamo stati con tutte le nostre forze e
la nostra voglia, le nostre competenze e la nostra storia.
Dovremmo ragionarne
meglio. Era da tempo che non eravamo così tante/i dietro il nostro striscione o
dispersi, con le nostre bandiere nel corteo, tanto tempo che non ci
ritrovavamo, dal nord est alla Sicilia, non per discussioni e analisi ma per
assolvere al nostro ruolo di Partito della Rifondazione Comunista capace di
suscitare allegria con la musica trascinante sparata dai giovani, carica e
voglia di agire, connessione sentimentale, verrebbe da dire – scomodando i giganti
– con chi in piazza c’era e si è accorto di noi. Ci siamo stati e ci siamo,
necessari e indispensabili ma non sufficienti a riempire quel bisogno di
rappresentanza di classe che questo paese richiede. Ci siamo stati e sappiamo
esserci quando siamo in grado di capire quale è l’elemento dominante su cui
concentrare la nostra attenzione e il nostro agire. Rifondazione Comunista è
ancora questo, orgoglio e non boria, voglia di futuro e non reducismo
identitario, capacità di connettersi con la realtà rifiutando di cadere nella
ricerca di facile consenso e voglia di misurarsi senza crollare in forme
inutili di politicismo. Rifondazione, nella sua pluralità di sguardi e di
vedute, è anche e soprattutto questo, mantiene la voglia di sperimentarsi con
generosità e contemporaneamente riconosce le proprie caratteristiche
strutturali che non sono solo di partito ma e soprattutto di storia comune
condivisa.
La piazza del 10 novembre ci ha dato una risposta interessante,
altre piazze ci aspettano, magari non ci vedranno presenti con le stesse modalità, mobilitazioni studentesche, contro
la violenza sulle donne o ci rimetteranno visibilmente in gioco, si pensi a quelle in programma contro i nuovi
CPR per migranti o alle giornate No TAV come alle tante occasioni che avremo
per riproporci a livello locale e nazionale, contro questo governo, contro i
diktat europei per proporre una idea diversa e possibile di società.
Ricordiamola la piazza del 10 novembre perché, con tutti i nostri limiti, in
questa giornata, come tante altre volte in passato, siamo stati percepiti come
utili e necessari. Per questo dobbiamo tutte/i ringraziarci a vicenda, per
averci creduto, aver faticato ed averci messo la faccia. Anche questo ci fa
bene.
*Responsabile
Pace, Immigrazione e Movimenti PRC-S.E.
giovedì 8 novembre 2018
10 NOVEMBRE, RIEMPIAMO LA PIAZZA DELLE/GLI INDIVISIBILI
10 novembre,
riempiamo la piazza delle/gli indivisibili
Stefano
Galieni*
Mancano
pochi giorni alla prima manifestazione nazionale indetta contro questo governo
e contro le sue politiche razziste, che colpiscono i più deboli, chi si oppone,
chi non accetta un ritorno ad una società patriarcale prenovecentesca, e
all’apartheid diffuso. Una manifestazione nata timidamente, attorno a compagne
e compagni diversi nelle loro appartenenze politiche e con storie spesso
entrate in conflitto ma che, di fronte al governo Salvini, perché di questo si
tratta, stanno trovando la forza di unire gli sforzi.
Di questo
mondo frammentario e plurale, che dovrà sicuramente compiere dei passi in
avanti in termini di analisi e di riflessioni politiche, ma che ritiene
importante riprendere la parola qui ed ora, Rifondazione Comunista è parte
integrante e considerata preziosa.
Il 10
novembre a Roma, (Partenza alle ore 14.00 da Piazza della repubblica e arrivo a
Piazza S.Giovanni), devono essere tante e tanti le compagne e i compagni di
Rifondazione comunista a
costruire un unico grande spezzone con le nostre bandiere. Non per una semplice ragione di affermazione di identità e non solo per ritrovarci finalmente in un momento comune di mobilitazione. Ma perché la nostra storia antirazzista ci rende indispensabili alla crescita di un movimento aperto, capace di contaminare e contaminarsi, in grado di stabilire le nette connessioni fra razzismo,
xenofobia e sfruttamento. Saremo in piazza per portare le nostre parole contro le diseguaglianze sociali prodotte dalle politiche neoliberiste di cui la condizione di subalternità che si impone a migranti e rifugiati è la cartina di tornasole per definire l’impianto sociale imposto dalle classi dominanti. Una gerarchia rigida che separa radicalmente chi ha il diritto di prendersi tutto da chi non deve aver diritto a nulla. Chi deve continuamente temere di essere
sottoposto a sgomberi, provvedimenti
repressivi come i Daspo, condanne per disobbedienza civile e sociale da chi
commette nell’impunità più assoluta crimini contro l’umanità, rimandando
profughi nei lager libici o sottraendo risorse della collettività per fini
privati. Una manifestazione che nel voler rappresentare l’opposizione alle 80
pagine di odio puro del Decreto Salvini, intende mettere sullo stesso piano
sfruttate e sfruttati a partire da condizioni individuali e sociali, da
discriminazioni subite sul posto di lavoro o nella ricerca di un alloggio, di
un reddito, del diritto ad un futuro.
La storia stessa di Rifondazione
Comunista, di cui dovremo sovente essere più orgogliosi, racconta di come
spesso siamo stati fra i pochi a tentare di interpretare i bisogni degli
oppressi, senza voler costruire divisioni, gerarchie, senza accettare la
religione neoliberista che ci vuole perennemente divisi. Occorre allora e anche
in tempi brevi un nostro scatto d’orgoglio. Portiamola in piazza insieme questa
nostra storia il10 novembre,
portiamola pensando al presente e al futuro di
questo paese, di questa Europa ma anche di questo nostro prezioso partito.
Portiamola sapendo di non essere autosufficienti, volendo continuare a batterci
per una alleanza concreta di tutte le forze antiliberiste e anticapitaliste, ma
senza rinunciare alle nostre prerogative, al nostro ruolo.
costruire un unico grande spezzone con le nostre bandiere. Non per una semplice ragione di affermazione di identità e non solo per ritrovarci finalmente in un momento comune di mobilitazione. Ma perché la nostra storia antirazzista ci rende indispensabili alla crescita di un movimento aperto, capace di contaminare e contaminarsi, in grado di stabilire le nette connessioni fra razzismo,
xenofobia e sfruttamento. Saremo in piazza per portare le nostre parole contro le diseguaglianze sociali prodotte dalle politiche neoliberiste di cui la condizione di subalternità che si impone a migranti e rifugiati è la cartina di tornasole per definire l’impianto sociale imposto dalle classi dominanti. Una gerarchia rigida che separa radicalmente chi ha il diritto di prendersi tutto da chi non deve aver diritto a nulla. Chi deve continuamente temere di essere
La storia stessa di Rifondazione
Comunista, di cui dovremo sovente essere più orgogliosi, racconta di come
spesso siamo stati fra i pochi a tentare di interpretare i bisogni degli
oppressi, senza voler costruire divisioni, gerarchie, senza accettare la
religione neoliberista che ci vuole perennemente divisi. Occorre allora e anche
in tempi brevi un nostro scatto d’orgoglio. Portiamola in piazza insieme questa
nostra storia il10 novembre,
*Resp Pace,
Movimenti e Immigrazione (PRC-S.E.)
P.S. per
ulteriori adesioni 10novembre18@gmail.com Per informazioni ulteriori Pagina fb
indivisibili o mail a stefano.galieni@rifondazione.itSUI MIGRANTI UNO SFREGIO ALLA COSTITUZIONE
SUI MIGRANTI UNO SFREGIO ALLA
COSTITUZIONE
Dl sicurezza. Il decreto è una summa
di incostituzionalità che potrebbe essere portato ad esempio di ciò che non può
essere fatto in materia di migrazioni
Il voto del
Senato sul decreto sicurezza è uno sfregio alla costituzione. Il governo,
scegliendo di porre la fiducia, ha persino impedito al Parlamento di discutere
delle palesi incostituzionalità delle norme che si dovranno obbligatoriamente
votare nella versione imposta dal Consiglio dei ministri. Se neppure alla
Camera verrà concesso di discutere modifiche al testo predisposto, sarà
evidente la crisi del nostro sistema parlamentare. Che accadrà dopo la
conversione in legge del decreto?
Spetterà
prima al capo dello Stato, in sede di promulgazione, poi alla Consulta, in sede
di sindacato incidentale, esprimersi sulla manifesta incostituzionalità delle
norme. Non è detto dunque che la ferita inferta dal Senato alla costituzione
non possa essere almeno in parte riassorbita, sempre che i garanti sappiano far
sentire con coraggio e rigore la loro voce. Rimane in ogni caso il fatto
inquietante che l’attuale maggioranza non sembra preoccuparsi minimamente dei
limiti che la costituzione impone.
Eppure il
decreto sicurezza è una summa di incostituzionalità che potrebbe essere portato
ad esempio di ciò che non può essere fatto in materia di migrazioni. Anzitutto
lo stesso strumento prescelto vìola la costituzione e la giurisprudenza
costituzionale in materia. Illegittimo è infatti l’uso del decreto legge per
regolare fenomeni – quali le migrazioni – di natura strutturale che non
rivestono alcun carattere di straordinarietà ed urgenza. Né può farsi valere in
questa materia un’interpretazione estensiva dei presupposti costituzionali, che
altre volte ha portato ad abusare dello strumento del decreto legge, poiché i
dati relativi al calo dell’80 % degli sbarchi, vanto dell’attuale governo, in
caso dimostrano la cessazione dell’emergenza. Si deve anche dubitare che siano
stati rispettati due altri caratteri ritenuti essenziali dalla Corte
costituzionale e dalla legge 400 del 1988: l’omogeneità e l’immediata
applicabilità di tutte le disposizioni del decreto.
Ma è nel
merito del provvedimento che si riscontrano le più insidiose
incostituzionalità. In materia di migrazioni la nostra costituzione pone un
principio fondamentale che non può essere in nessun caso disconosciuto:
l’articolo 10 assicura allo straniero il diritto d’asilo. Secondo la
consolidata giurisprudenza dei giudici ordinari esso si configura come diritto
soggettivo perfetto attribuito direttamente dalla costituzione. Un Parlamento
costituzionalmente orientato dovrebbe dare la massima attuazione del principio
costituzionale, ma con i tempi che corrono ci si accontenta di molto meno. Ecco
perché, in assenza di una normativa adeguata, la Cassazione ha indicato nella
misura del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie la «forma di
attuazione» del principio costituzionale (da ultimo sez. I, n. 4445/18). Una
soglia minima, dunque.
Non si può
certo impedire che la normativa vigente sia precisata e, magari, migliorata;
quel che si deve però senz’altro escludere è che essa possa essere eliminata.
Ebbene il primo articolo del decreto sicurezza invece proprio questo fa: abroga
la protezione umanitaria, sostituita da casi tassativi di permessi di
protezione speciale. In tal modo si viola l’articolo 10.
Quante volte
abbiamo sentito ripetere da esponenti politici di ogni tendenza che un’indagine
giudiziaria non può essere pregiudizievole. La presunzione di non colpevolezza
è un principio di civiltà, prima ancora che giuridico, di enorme valore,
scolpito nel testo della nostra legge suprema all’articolo 27. E la nostra
costituzione non fa certo differenza tra cittadini e stranieri (si riferisce in
generale all’«imputato»).
Il decreto,
invece, in evidente violazione con la richiamata disposizione costituzionale,
permette la lesione dei diritti degli stranieri relativi alla difesa e impone
l’obbligo di lasciare il territorio nazionale qualora essi siano sottoposti a
procedimento penale per una serie di reati. Come se si fossero riscritti in un
colpo solo tre articoli della costituzione (24, 27 e 113) ritenendo che tutti
possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, senza poter essere
considerati colpevoli prima della sentenza definitiva e senza limitazioni
particolari per determinate categorie di atti. Tutti, salvo gli stranieri.
D’altronde
la discriminazione nei confronti degli stranieri nel decreto non viene meno
neppure quando questi abbandona il proprio status. Anche qualora riuscisse ad
ottenere la cittadinanza italiana, non sarà mai considerato alla pari degli
altri, a rischio di revoca nei casi di condanna definitiva per alcuni reati.
Questa previsione appare in contrasto con due principi. Quello d’eguaglianza,
introducendo nel nostro ordinamento una irragionevole discriminazione tra
cittadini, e contravvenendo all’espressa indicazione di divieto della perdita
della cittadinanza per motivi politici (articoli 3 e 22)
Potrei
continuare a lungo, esaminando tutte le altre disposizioni del decreto, dal
prolungamento della detenzione amministrativa nei centri di permanenze per il
rimpatrio in contrasto con le garanzie legate alla libertà personale, alle
diverse previsioni che confliggono con il principio di solidarietà, che vengono
spazzate via dalla cancellazione dei sistemi di accoglienza pubblica (Sprar).
Lo spazio di un articolo non consente di andare oltre. Il tempo della
democrazia lo pretende.
GAETANO AZZARITI da “il manifesto”
mercoledì 31 ottobre 2018
PRC - COMITATO POLITICO NAZIONALE - DOCUMENTO APPROVATO
CONTRO COMMISSIONE
EUROPEA, BCE E TRATTATI UE
CONTRO IL GOVERNO DI
DESTRA
PER UN’ALTERNATIVA
POPOLARE E DI SINISTRA
IN ITALIA E IN EUROPA
Lo scontro che si è aperto tra Commissione Europea e governo
italiano riproduce su scala più larga quello già in corso con l’opposizione in
parlamento. Il dibattito continua a essere polarizzato tra un governo
“populista” che non mette in discussione il neoliberismo e chi lo attacca da
posizioni di destra economica.
La Commissione Europea boccia la manovra del governo italiano
in nome della prosecuzione dell’austerity neoliberista. Si tratta di politiche
e diktat che – al contrario della Lega – abbiamo sempre contrastato e che hanno
reso il nostro paese più povero e ingiusto.
Rivendichiamo la nostra opposizione ai trattati europei, al
fiscal compact e all’insieme di misure attraverso le quali sono state imposte
politiche antipopolari e il deficit democratico che caratterizza negativamente
l’UE.
Siamo contro scelte e metodi della Commissione Europea e
della BCE senza se e senza ma.
Questo non ci induce però a esaltare la manovra di un governo
che premia gli evasori con un nuovo condono, diminuisce ancora le imposte sui
profitti mentre non dà nulla alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti, fa
nuovi e pesanti tagli che vanificano la propaganda sugli investimenti, non si
preoccupa in nessun modo di creare nuova occupazione.
Persino il “reddito” diventa una misura che obbliga ad
accettare qualsiasi lavoro e che forse si tradurrà in ulteriori ingenti
trasferimenti di risorse alle imprese.
Mentre sulle pensioni, in attesa di conoscere il merito
effettivo dei provvedimenti ad oggi ignoti, quota 100 non è l’abolizione della
Fornero e non dà soluzioni né alle donne, né ai giovani.
Il governo cerca lo scontro con l’UE per accrescere il
proprio consenso come presunto difensore della sovranità nazionale e degli
interessi popolari. Operazione che risulta favorita dall’ottusità di
un’opposizione Pd che invoca la troika e la fedeltà ai vincoli europei
confermandosi come la migliore alleata di un governo egemonizzato da un partito
di estrema destra.
Come accade su scala globale l’estrema destra si appropria in
apparenza della critica alla globalizzazione neoliberista della sinistra
radicale e dei movimenti cercando di accreditarsi come forza antisistemica e
popolare.
Quanto sia poco credibile e contraddittoria questa operazione
lo si constata dal fatto che in continuità con i precedenti governi Lega e M5s
di fatto non mettono in discussione la precarizzazione restituendo potere
contrattuale a lavoratrici e lavoratori e propongono la flat tax invece della
patrimoniale e di una tassazione progressiva.
A livello europeo gli alleati di Salvini – dagli austriaci ai
tedeschi – invocano il rigore contro la manovra italiana sulla base della
medesima impostazione che caratterizza la Commissione a dimostrazione che non
sono i nazionalisti xenofobi la risposta alla crisi dell’UE e del capitalismo
neoliberista.
Le contraddizioni della maggioranza non ne riducono la
capacità di raccogliere consenso intorno a un discorso che accompagna
l’enunciazione della necessità di protezione sociale a un feroce programma
razzista, sciovinista e anti-immigrati. E diventa sempre più evidente l’effetto
del messaggio del M5S sull’irrilevanza della distinzione tra destra e sinistra
o dell’antifascismo nel creare il terreno favorevole alla convergenza dei due
elettorati.
In questo quadro emerge la necessità di un’alternativa
popolare e di sinistra in Europa e in Italia, unico antidoto efficace contro
l’avanzare delle destre e alla prosecuzione delle politiche devastanti sul
piano sociale condivise da “socialisti”, popolari e liberali.
COSTRUIRE L’OPPOSIZIONE SOCIALE E POLITICA
Sul piano sociale, dobbiamo lavorare tenacemente per la
costruzione di un’opposizione a questo governo. Non sarà per nulla facile
perchè questo governo si regge su un mix di xenofobia, razzismo e su una
politica sociale intrisa d’interclassismo e di populismo. Si tratta di una
formula che sarebbe ingenuo sottovalutare, pensando che questa coalizione di
governo imploda per le sue intime contraddizioni. Occorre svelarne l’ambiguità
e pericolosità avanzando proposte su cui costruire alleanze ed iniziativa, che
il CPN individua prioritariamente in:
-progressività fiscale che alleggerisca il peso del prelievo
per le fasce medio basse (di lavoratori sia dipendenti, sia autonomi) e lo
accresca nelle fasce di reddito elevato (si veda fra l’altro l’esperienza in
corso in Spagna);
- rilancio della proposta di un piano per il lavoro, in
connessione con un programma di risanamento ambientale e la sicurezza reso
sempre più urgente dai fatti di Genova e prevedendo un rilancio del ruolo
pubblico in economia a partire dal Mezzogiorno e della ripubblicizzazione di
servizi, infrastrutture e aziende strategiche;
- difesa dello stato sociale, dalla scuola alla sanità, che
non sono per nulla sostenuti dalla manovra governativa;
- rilancio della rivendicazione dell’abolizione della legge
Fornero, dell’introduzione di un vero reddito minimo garantito, della riduzione
dell’orario di lavoro, di abolizione del Jobs Act e reintroduzione
dell’articolo 18;
- contrastare le richieste di autonomia regionale rilanciate
da governatori leghisti che penalizzano le regioni del meridione e
accrescerebbero il già enorme divario tra il nord e il sud del paese;
- richiedere riduzione delle spese militari e una politica di
pace e disarmo a partire dalla ratifica del Trattato ONU per la messa al bando
delle armi nucleari e dalla presenza nel nostro paese di testate;
-difesa intransigente della democrazia e dei diritti contro
ogni provvedimento securitario, sessista, antidemocratico, razzista e
autoritario.
C’è bisogno di una opposizione di natura radicalmente diversa
da quella del PD e dell’establishment. Un’opposizione alternativa a chi difende
i provvedimenti e le “riforme strutturali” antipopolari dei governi precedenti,
il rigore dei conti pubblici e la fedeltà a UE e NATO e così facendo rafforza
il consenso popolare verso questo presunto “governo del cambiamento” che cambia
poco e a volte pure in peggio.
Ma al tempo stesso non è introiettando le argomentazioni che
hanno spostato a destra il senso comune di settori larghissimi del paese che si
contrasta la deriva in corso e la saldatura di un blocco sociale dai contenuti
reazionari.
Bisogna farlo senza cedimenti sul piano dei principi e dei
valori alla disumana agenda politica di Salvini e dei suoi complici
pentastellati e alle becere teorizzazioni che attribuiscono alle lotte per i
diritti civili o in difesa dei migranti la responsabilità dello sfondamento
della Lega tra i ceti popolari.
La mobilitazioni per la Diciotti e in difesa delle ong, a
sostegno dell’esperienza di Riace e del compagno Mimmo Lucano o la solidarietà
concreta a bambine/i di Lodi e più in generale quelle per e con i migranti sono
state finora – insieme al movimento delle donne –le principali e più visibili
opposizioni al governo.
Il movimento spontaneo cresciuto intorno alle proiezioni del
film dedicato alla tragica storia di Stefano Cucchi dimostra che c’è in questo
paese anche tra le giovani generazioni che non si lascia incantare dalla
forsennata campagna sicuritaria.
La costruzione di un largo di opposizione ha bisogno del
contributo politico, organizzativo e programmatico di Rifondazione, ma anche
del suo ruolo di riconnessione dei soggetti. Proprio l’urgente necessità di
costruire mobilitazioni di massa impone un atteggiamento teso a superare in
avanti ogni settarismo e una frammentazione che persino sul terreno sociale
impedisce una positiva cooperazione e ricombinazione tra soggettività
differenti come accadde nella stagione del “movimento dei movimenti”. Non vi
sono solo occasioni di conflitto diffuse, esiste l’emergere di movimenti anche
nuovi con cui dialogare (si pensi alle iniziative e mobilitazioni messe in atto
dagli studenti e dalle donne). Esistono non solo organizzazioni politiche ma
anche e soprattutto reti, associazioni, movimenti, organizzazioni di massa come
l’Anpi, l’Arci e la Cgil, la pluralità dei sindacati di base. Vi sono una
pluralità di luoghi e di soggettività con cui bisogna sviluppare
interlocuzione, rapporto, confronto, e verificare possibilità di mobilitazioni
e iniziative.
POTERE AL POPOLO
Potere al popolo doveva essere uno spazio e una soggettività
che alla connessione delle lotte e al conflitto sociale dava la massima
centralità unendo sui territori attiviste/i provenienti da storie e
organizzazioni diverse. Per questo avevamo deciso di proseguire il percorso
dopo le elezioni del 4 marzo.
Abbiamo dolorosamente dovuto prendere atto dell’involuzione
che è stata impressa al processo da una parte dei soggetti politici che con noi
avevano promosso un anno fa la lista. Si è scientemente perseguito l’obiettivo
di trasformare quello che doveva essere un movimento politico sociale unitario
in un partito caratterizzato da una linea settaria di autosufficienza. Lo si è
fatto attraverso una campagna sotterranea di attacco politico a Rifondazione
Comunista e modalità di scontro che rappresentano l’opposto dello sforzo di
costruire un contesto di lavoro unitario tra militanti e attiviste/i di diversa
provenienza che aveva suscitato entusiasmo in una difficilissima campagna
elettorale. Simile attacco è stato rivolto a tutte quelle forze organizzate e a
soggetti collettivi o individuali che rivendicavano la necessità di mantenere
un processo plurale e una democratizzazione a livello locale e nazionale di
PaP. E’ stato un percorso che ha sottoposto il corpo militante del partito a
uno sfibramento rilevante che non abbiamo saputo cogliere a sufficienza. Si
tratta di una responsabilità che gli organismi dirigenti collegialmente si
assumono.
Rifondazione Comunista – nonostante tutte le difficoltà, gli
attriti e i limiti emersi nel corso del percorso – ha lavorato con la massima
generosità per portare avanti il progetto prefigurato nel manifesto fondativo
di costruire “Un movimento di lavoratrici e lavoratori, di giovani, disoccupati
e pensionati, di competenze messe al servizio della comunità, di persone
impegnate in associazioni, comitati territoriali, esperienze civiche, di
attivisti e militanti, che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della
sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista,
socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria,
meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono
arresi”.
Questo progetto originario non c’è più. Siamo di fronte a un
progetto politico diverso che intende usare la stessa sigla che ha ottenuto
visibilità presentandosi alle elezioni politiche anche e soprattutto grazie
all’impegno di Rifondazione Comunista.
Il CPN conferma il giudizio espresso nel documento approvato
dalla Direzione Nazionale del 13 ottobre riguardo alle forzature
antidemocratiche e alle violazioni palesi delle più elementari regole di
correttezza che hanno reso impraticabile una già di per sé assurda
consultazione su due statuti contrapposti. In qualità di soggetto co-fondatore
di Potere al popolo non riconosciamo la legittimità di una consultazione
falsata, di uno statuto che è stato bocciato dalla maggioranza degli aderenti
che non hanno partecipato al voto, e degli organismi che verranno eletti su
questa base.
Giudichiamo positivamente l’appello “Compagne e compagni” per
rilanciare un percorso di confronto e attivazione di chi non ha condiviso la
deriva di Pap.
Proprio perché non abbiamo abbandonato l’originaria
ispirazione di Pap non intendiamo separarci da quanti/e hanno condiviso con noi
quell’impegno e ci adopereremo per tenere in vita, in forma autonoma, la rete
di relazioni politiche e sociali che in questi mesi si sono consolidate.
Il CPN ritiene quindi che non vi sono le condizioni per
proseguire l’impegno politico diretto del nostro partito in quello che si
ostinano strumentalmente a chiamare Potere al popolo.
PER UN’ALTERNATIVA DI SINISTRA E POPOLARE
Rifondazione Comunista non abbandona l’idea e il proposito
della costruzione di una soggettività unitaria della sinistra anticapitalista e
antiliberista in Italia radicata nelle lotte e nelle pratiche sociali.
Continueremo a insistere, nel frammentato mondo della sinistra sociale e
politica, in questa direzione. Sono evidenti le difficoltà di natura diversa
che finora hanno impedito di concretizzare questo obiettivo. Nel corso degli
anni abbiamo prodotto probabilmente l’elaborazione più avanzata su questo
terreno anche grazie alla nostra internità al GUE e al Partito della Sinistra
Europea e al confronto con le esperienze di altri paesi. Abbiamo costruito e
partecipiamo a esperienze unitarie a livello nazionale e locale. Manteniamo
questo obiettivo strategico ma da tempo indichiamo anche la necessità di una
proposta politica che incida sul terreno politico ed elettorale e anche su
quello delle mobilitazioni e della costruzione dell’opposizione in termini
immediati.
Per fare un’opposizione efficace è indispensabile costruire
una proposta politica e programmatica alternativa da rivolgere al paese. E
questa proposta non può essere la riproposizione del centrosinistra.
Rilanciamo l’obiettivo di costruire uno schieramento di
sinistra e popolare alternativo a tutti i poli esistenti con le caratteristiche delineate nel
documento del CPN del luglio scorso. Lo avevamo chiamato “quarto polo” ma non
siamo affezionati alle definizioni quanto alla sostanza.
Nelle prossime elezioni regionali e amministrative – nelle
forme proprie di quel tipo di consultazioni in cui contano molto le specificità
territoriali – lavoriamo per la costruzione di liste e coalizioni alternative
alle destre e al PD.
Il nostro obiettivo è quello di concretizzare alle elezioni
europee questa proposta in una lista unitaria in Italia che raccolga tutte le
soggettività di sinistra e di movimento che si collocano sul piano della
critica radicale dei trattati europei e dell’UE. Con questo approccio
Rifondazione Comunista lavora nel Partito della Sinistra Europea e nel GUE e
sul piano nazionale.
In questi mesi abbiamo lavorato per concretizzare la proposta
politica di costruire uno schieramento della sinistra popolare, civica, di
classe, antiliberista, anticapitalista, ambientalista, femminista, civica,
autonomo e alternativo rispetto al Pd responsabile, con le sue politiche,
dell’avanzamento delle destre nel nostro paese. In questo schieramento e in
questa lista unitaria pensiamo che possano e debbano ritrovarsi formazioni
politiche come Potere al popolo, Dema, Diem, L’Altra Europa, le “Città in
comune”, Pci, Sinistra Anticapitalista, e tutte le soggettività politiche,
sociali, culturali e sindacali che sentono l’urgenza di costruire
un’alternativa al governo LEGA-M5S e agli altri poli esistenti e ad una
prospettiva comune sul piano europeo ed anche nazionale. Giudichiamo positive
le posizioni assunte da Sinistra Italiana sulla collocazione nel Gue e nella
Sinistra Europea. In questa direzione ci siamo confrontati in questi mesi con
Luigi De Magistris e tante soggettività a partire dalla comune convinzione che
nel nostro paese c’è bisogno di una proposta di netta rottura sul piano programmatico
e del profilo politico quanto capace di essere inclusiva e larga, un progetto
che sul piano europeo si collochi in alternativa tanto a nazionalisti e
razzisti quanto ai trattati UE e alla governance neoliberista.
Il CPN impegna tutto il partito al massimo impegno nella
mobilitazione e partecipazione alle manifestazioni nazionali delle prossime
settimane: manifestazione antifascista del 3 novembre a Trieste, manifestazione
antirazzista del 10 novembre a Roma, manifestazione del 24 novembre di “non una
di meno”.
Il CPM assume relazione
e conclusioni del segretario.
martedì 30 ottobre 2018
DA RIACE A LODI - SOLIDARIETA' E DIRITTI
VIDEO - Mimmo Lucano conclude il suo discorso a Milano e la folla canta 'Bella ciao' da "Agenzia VISTA"
DA RIACE A LODI - SOLIDARIETA' E
DIRITTI
importante
iniziativa che si terrà questa sera
dalle 20.00 alle 23.30 a Palazzo Marino - Sala Alessi (Piazza Scala)
incontro con il Sindaco di Riace Mimmo Lucano.
ROSSANA ROSSANDA INTERVISTATA DALLA TRASMISSIONE PROPAGANDA LIVE
Venerdì 26 ottobre 2018 Diego Bianchi ha trasmesso su Propaganda Live, il programma su La7, un’intervista a Rossana Rossanda realizzata qualche giorno prima. La puntata integrale è qui. Rossana compare dopo 1 ora e 55′ circa.
Pubblichiamo lo sbobinato della trasmissione per gentile concessione dell’autore.
Sul manifesto di domenica 28 ottobre il secondo articolo di Rossana, dopo quello sull’aborto dei giorni scorsi.
Sei appena tornata dalla Francia, mi hai detto che non pensavi di trovare così l’Italia. Che pensavi?
Mancavo dall’Italia da 15 anni, pensavo di trovare un paese in difficoltà economica, politicamente basso, ma non scivolata dov’è adesso, con questa lite continua. Nessuno sente il problema di dire com’è che siamo arrivati a questo punto, com’è che oggi si possono risentire accenti che dopo la guerra non erano più pensabili. La sinistra, che ha perso milioni di voti, non si interroga o, se si interroga, non ce lo dice.
Una volta invece ci si interrogava sempre.
Certo. Adesso non so più se il partito democratico, o come si chiami, farà il congresso.
Quei bei congressi di una volta…
Belli non erano. Erano anche un po’ noiosini. Però c’era il problema di dire dove siamo, cosa succede su scala mondiale, su scala italiana e che cosa proponiamo noi. Sono cose elementari, perché una forza politica deve chiedersi in che mondo mi trovo, in che paese siamo, e che cosa farei io se fossi il governo.
Facciamo un congressino veloce. Ti sei data una risposta, una motivazione? Su scala internazionale per esempio in Brasile sta vincendo l’estrema destra.
Accade dappertutto. Una ipotesi è la delusione fornita dalla sinistra, sia nei luoghi dove ha potuto governare, sia in quelli dove non lo ha fatto. C’è delusione. Gli operai non votano più.
Non votano più a sinistra?
Non votano più. La sinistra ha perduto il suo elettorato.
Sei ottimista sul breve termine?
No. La sinistra del Pd di fatto non ha proposto niente di profondamente diverso da quello che fa la destra e allora perché dovrebbe conservare il suo elettorato?
Ti riferisci a qualcosa in particolare?
L’immigrazione è a parte perché è un fenomeno nuovo. Ma certo che si potesse approvare l’ultimo decreto di Salvini, anche con la firma della Presidenza della Repubblica, era inimmaginabile. Gli stessi diritti che noi vorremmo per noi, non li possiamo dare ai migranti. E’ qualcosa di insopportabile, non pensi?
Anche per questo il Pd è stato molto criticato dalla sinistra…
Ma quale sinistra? La sinistra non è rappresentata. In verità il più grande partito è quello degli astensionisti. Molta sinistra si è astenuta, non trovando nessuna offerta che la persuadesse. Penso che è un errore astenersi. Quando non si ha una rappresentanza bisogna ricostruirsela.
E tu che cosa pensi?
Io sono una persona di sinistra. Sono stata cacciata dal Pci perché ero troppo a sinistra. Una persona mite come me è stata considerata una estremista. Oggi Bergoglio non credo che mi scomunicherebbe facilmente.
Bergoglio ha fatto il papa sull’aborto, proprio oggi…
E’ un punto delicato. E’ meglio lui della piddina di Verona che ha votato contro l’aborto. Vorrei un politico italiano che parlasse come il papa, per esempio sui migranti. Se Minniti fosse un vescovo verrebbe bacchettato da Bergoglio.
Si parla molto di questo governo di destra, di ritorno del fascismo, del razzismo. Chiedo a te che il fascismo l’hai vissuto.
Non sono per dire che siamo agli anni ’30. Sono preoccupata, anche se non credo che il paese accetterebbe un ritorno esplicito al fascismo. C’è la semina di mezzo secolo di democrazia. Ma la battuta di Salvini “prima gli italiani” è qualcosa di intollerabile. Perché “prima gli italiani”? Che cosa hanno fatto di meglio degli altri? Cosa c’entra con le idee che hanno fatto l’Italia? Il fatto che la sinistra italiana non ha avuto il coraggio di votare lo jus soli è veramente insopportabile. Bisogna essere italiani non solo per essere nati qui ma per che cosa allora? Non vorrei andare a frugare e trovare qualcuno che dice che ci sono le facce ariane e quelle non ariane. Sento l’odore di qualcosa di molto vecchio.
Sei stata responsabile della politica culturale del Pci. Chi ti aveva dato questo ruolo?
Togliatti.
E che ne pensi, esistono oggi politiche culturali?
Non mi pare. La cultura significa i valori, per che cosa ti batti. Adesso il partito democratico non si batte più neanche per l’uguaglianza dei migranti. Non lo vedo alla testa e neppure parteggia per la politica delle donne. La 194 è una legge degli anni Settanta. Oggi forse non la rifarebbero più.
Assolutamente sì. Io sono del ‘900 e lo difendo. E’ stato il primo secolo nel quale il popolo ha preso la parola dappertutto. E dove l’ha presa, l’ha presa sostenuto dalla sinistra.
La domanda che in tanti si fanno, anche a sinistra, è come comunicare. Tu frequenti i social network?
No. Zero. Io sono sempre stata povera ma non vorrei dare neanche mezzo euro a Zuckerberg. In gran parte dipende da lui se siamo messi così.
Ci sono però questi strumenti di comunicazione, anche e soprattutto in politica.
Non so se sia una vera comunicazione. Comunicare significa parlare a qualcuno di cui consideri che ha la tua stessa dignità.
Come si fa a parlare anche alla testa e non solo alla pancia? La sinistra sembra afona in entrambi i casi. Non è capace o non sa cosa dire?
Perché non ci crede più. Non è capace. Se la sinistra parla il linguaggio se non proprio della destra comunque dell’esistente, non può essere votata dall’operaio. La sinistra deve parlare a quella che è la parte sociale dell’Italia più debole e meno ascoltata. Quando uno vota il jobs act indebolisce le difese degli operai. Si può continuare a chiamarlo contratto a tutele crescenti, ma la verità è che ha diminuito la forza operaia.
Che idea hai sul Movimento 5 Stelle?
Il Movimento 5 Stelle non è niente. Gli italiani vogliono questa roba informe, generica, si fanno raccontare delle storie. Nella Lega invece cercano un’identità cattiva. Questo è Salvini. Di Maio non è cattivo, non è nulla.
Grazie compagna Rossanda.
Caro compagno… certo è difficile dire oggi questa parola. Non capiscono più in che senso lo dicevamo. E’ una bella parola ed è un bel rapporto quello tra compagni. E’ qualcosa di simile e diverso da amici. Amici è una cosa più interiore, compagni è anche la proiezione pubblica e civile di un rapporto in cui si può non essere amici ma si conviene di lavorare assieme. E questo è importante, mi pare.
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