venerdì 28 agosto 2015
BERLUSCONISMO O COSA? ECCO I VERI MOTIVI PER CUI L’ITALIA HA PERSO GLI ULTIMI VENT’ANNI
BERLUSCONISMO O COSA? ECCO I VERI MOTIVI PER CUI L’ITALIA HA PERSO GLI ULTIMI VENT’ANNI
Da”IL FATTO QUOTIDIANO” di Paolo Ferrero - 27 agosto 2015
Segretario nazionale di Rifondazione comunista – Sinistra europea
Twitter Renzi ha detto che il Paese ha perso vent’anni nella diatriba tra berlusconiani e antiberlusconiani. Si capisce perché Renzi affermi questo: volendo gestire dal Pd il progetto politico di Berlusconi, non può certo dichiararsi erede dell’antiberlusconismo. Contro queste affermazioni di Renzi, si levano nel centro sinistra, voci contrarie che ripropongono nella sostanza la divisione tra berlusconismo e antiberlusconismo e fanno ricadere sul primo l’intera responsabilità della crisi italiana. Questa discussione mi pare la classica discussione in cui tutte le posizioni sono sbagliate e prive di fondamento.
La mia tesi è che il cancro del Paese, quello che ha impedito all’Italia di svilupparsi in questi ultimi vent’anni, che ha imbarbarito il Paese a livelli impensabili, è la Seconda Repubblica, di cui Berlusconi è solo un attore, non il regista. E’ la Seconda Repubblica, nata nei primissimi anni ’90 a mettere le basi per il disastro.
Indubbiamente Berlusconi e il berlusconismo sono state un cancro per il Paese ma che l’antiberlusconismo non è mai stata la soluzione a questa malattia ma semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia. Non a caso il berlusconismo si è chiuso con i governi di unità nazionale in cui tutti insieme appassionatamente Pd e Pdl stanno distruggendo la Costituzione, il welfare e il diritto della classe lavoratrice per organizzarsi e far valere i propri diritti.
Vediamo quali erano le caratteristiche della Seconda Repubblica che hanno macinato il Paese.
In primo luogo la distruzione del potere e dei diritti della classe lavoratrice e l’esaltazione della centralità dell’impresa. La Seconda Repubblica nasce con l’abolizione della scala mobile (Amato ’92) e la concertazione (Ciampi ’93).
In secondo luogo la scelta del sistema elettorale maggioritario che ha distrutto il sistema Costituzionale di democrazia parlamentare per introdurre in modo strisciante il sistema presidenziale. La Seconda repubblica nasce con l’abolizione del sistema elettorale proporzionale. Berlusconi e Renzi, in generale la riduzione della politica a rappresentazione teatrale, non sono altro che il frutto marcio delle politiche istituzionali impostate negli anni 90.
In terzo luogo la scelta di usare il debito pubblico per spostare soldi dalle tasche dei cittadini ai ricchi, agli speculatori, alle banche, raccontando ai cittadini che “non ci sono i soldi”. E’ dal 1992 (stangate di Amato) che il bilancio dello Stato italiano è in avanzo primario e cioè che regolarmente, ogni anno, il bilancio dello Stato per il complesso della spesa pubblica (dalla sanità alle pensioni arrivando fino alle armi e alle mazzette) è in attivo: cioè che gli italiani pagano più tasse di quanto lo stato spenda per il loro benessere e per finanziare le ruberie di politici ed imprenditori. Da 23 anni lo Stato italiano è in attivo – come nessuno in Europa – ma finisce in perdita solo a causa degli interessi da usura che paghiamo sul debito. E’ da 23 anni che ci sentiamo dire che lo Stato spende troppo quando lo Stato spende troppo poco e nel mentre regaliamo – legalmente e attraverso la separazione tra Banca centrale e governo – i soldi agli speculatori.
I vent’anni persi dall’Italia sono il frutto di queste tre scelte di fondo. La riduzione dei salari ha aperto la strada ad imprese che invece di investire innovare e aumentare la produttività del lavoro hanno vissuto parassitariamente sullo sfruttamento brutale della classe lavoratrice. I morti di fatica nei campi pugliesi sono il prodotto di questa idea demente di rilanciare il Paese attraverso lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori e delle lavoratrici.
L’avanzo primario (siamo ad oltre 600 miliardi avanzo primario realizzato dal ’92 ad oggi) che viene presentato come un fatto positivo e virtuoso – si tratta in fin dei conti del fatto che lo Stato spende meno di quanto incassa – è al contrario il principale motivo per l’economia italiana è cresciuta in questi vent’anni meno della media europea. L’avanzo primario infatti ha determinato una situazione folle in cui ogni anno (fatto salvo il 2009) lo Stato toglie dall’economia italiana 2 o 3 punti di Pil (siamo arrivati fino al 6,5% di avanzo) e li regala agli speculatori nazionali ed internazionali attraverso gli interessi sul debito pubblico. Sono 20/40 miliardi di tasse che vengono sottratti all’economia italiana in quanto non rientrano in circolo attraverso la spesa pubblica. Se Keynes riteneva necessario per poter far funzionare l’economia avere una spesa aggiuntiva da parte della Stato, in Italia da vent’anni funzioniamo a rovescio: lo Stato toglie ogni anno decine di migliaia di miliardi dall’economia reale del Paese. In queste condizioni è impossibile che l’economia italiana cresca perché l’avanzo primario è una misura fisiologicamente recessiva.
Potrei proseguire ma mi fermo qui. Se l’Italia non funziona è perché i valori di fondo, l’idea della democrazia e le politiche economiche e sociali che contraddistinguono berlusconiani ed antiberlusconiani sono pressoché identiche e sono sbagliate. Renzi, che è la sintesi tra queste due tendenze, è un errore al quadrato. Salvini grufola nel liquame prodotto da queste politiche e Grillo sovente parla d’altro. Per questo serve una sinistra antiliberista alternativa al Pd.
giovedì 27 agosto 2015
FERRERO PRC - VERSO IL NUOVO SOGGETTO POLITICO DELLA SINISTRA
VERSO IL NUOVO SOGGETTO POLITICO DELLA SINISTRA Un’alternativa europea in ogni singolo paese C’è vita a sinistra. Si tratta di fare i conti con la crisi della politica: non ci serve un partito tradizionale. La sinistra unitaria di cui abbiamo bisogno deve essere costruita dal basso, a “bassa soglia di ingresso”, darsi una nuova classe dirigente. Da “Il Manifesto” 30 luglio 2015 di Paolo Ferrero Condivido molto l’appello di Marco Revelli e Argiris Panagopoulos nel manifesto del 29 luglio nel contesto del dibattito sulla sinistra. Costruire «un soggetto politico dichiaratamente antiliberista dotato della forza per competere per il governo del paese in concorrenza con gli altri poli politici» oggi non solo è necessario ma possibile. Rifondazione Comunista da tempo avanza questa proposta politica: partiamo subito, noi ci siamo. I punti di riferimento di questo soggetto mi paiono ben delineati da Marco e Argiris: l’Unione Europea è una gabbia d’acciaio neoliberista, costruita sull’austerità attorno agli interessi dominanti tedeschi. Questa Europa è stata costruita insieme da popolari, liberali e socialisti: a tutti costoro, alle loro politiche, al blocco di potere e di interessi che rappresentano, dobbiamo costruire un’alternativa. Si tratta di un punto fondamentale in quanto la sinistra in questi ultimi vent’anni si è sempre divisa sui rapporti con il PD e il partito socialista europeo. Oggi, dopo il vergognoso comportamento dei partiti socialisti nella vicenda greca, la questione mi pare chiara: i “socialisti” e non solo il PD renziano sono parte del problema e non della soluzione. La sinistra deve costruire un’alternativa anche alle loro politiche e non porsi in posizione emendativa, cioè subalterna. Un’alternativa europea – che non lasci solo il governo greco – ed in ogni singolo paese. La vicenda Greca ci parla chiaramente della durezza dello scontro. Le classi dominanti europee non accettano una dialettica democratica tra proposte alternative: sono portatrici di una ideologia ed una pratica totalitaria che ha messo fuori gioco completamente ogni ipotesi riformista. Il socialismo europeo è fallito con l’attiva accettazione del neoliberismo, così come i partiti socialisti europei naufragarono cento anni fa di fronte alla prima guerra mondiale: occorre costruire una alternativa da sinistra a questo fallimento e al nazionalismo razzista che esso alimenta. Per questo serve una sinistra antiliberista di governo – italiana ed europea — che sappia avanzare proposte concrete su cui ottenere il consenso popolare, rovesciando l’impostazione dell’Unione Europea che favorisce il capitale distruggendo diritti e democrazia. Dentro questa crisi del capitalismo, occorre uscire dal paradigma della scarsità, imposto attraverso l’austerità, al fine di aumentare profitti e guerre tra i poveri. Tematizzare la redistribuzione della ricchezza, del lavoro, del potere. Praticare la riconversione ambientale e sociale dell’economia, aprendo un percorso di cooperazione mediterranea. Serve un nuovo progetto europeo che sappia sconfiggere l’incubo che è diven-tata l’Unione Europea. Su questo progetto lavorano da tempo il Gruppo Unitario della Sinistra nel Parlamento Europeo e il Partito della Sinistra Europea: credo sia necessario rafforzare queste esperienze per dare corpo alla nostra prospet¬tiva in Italia. Se il governo greco ha dovuto subire il diktat della UE, questo è dovuto alla nostra debolezza, alla debolezza della sinistra in Europa. Dobbiamo colmare questo gap e parallelamente costruire un progetto sul piano nazionale per il diritto al lavoro, i diritti sociali e civili, la democrazia. Oggi la forza di Renzi non sta nel consenso di cui godono le sue proposte e nemmeno nell’assenza di sin-gole proposte alternative. La sua forza sta nell’assenza di una forza di sinistra, civile e credibile, in grado di proporre un cambiamento complessivo e di agire la speranza nel vivo del conflitto sociale. Per questo serve un soggetto unitario della sinistra: non due o tre in concorrenza elettorale tra di loro. L’unità è la condizione per dar vita ad un processo aperto, democratico, partecipato che sia rivolto a tutti e tutte coloro che vogliono costruire una alternativa al PD e al resto del quadro politico. Non si tratta solo di mettere insieme i partiti. Si tratta di costruire uno spazio politico ove gli uomini e le donne, i compagni e le compagne che operano a sinistra, nei sindacati, nelle associazioni, nei movimenti, nei comitati, possano riconoscersi e ricominciare a “fare politica”. Si tratta di fare i conti con la crisi della politica: non ci serve un partito tradizionale. La sinistra unitaria di cui abbiamo bisogno deve essere costruita dal basso, a “bassa soglia di ingresso”, darsi una nuova classe dirigente. Un soggetto politico che a partire da un progetto politico chiaro e condiviso sia in grado di essere il punto di riferimento per tutti e tutte coloro che sono impegnati nella trasformazione sociale, valorizzando le diverse forme di militanza, le diverse idee, i diversi percorsi, sconfiggendo il settarismo che non riconosce l’altro impedendo il dialogo e la costruzione di un comune progetto politico. Per questo serve un grande processo democratico e di partecipazione — una testa un voto – evitando i limiti di precedenti esperienze basate su una logica pattizia di vertice. Individuiamo subito un percorso possibile di assemblee territoriali che prepari un primo momento nazionale in autunno. Definiamo una carta di intenti e alcune semplici regole che per mettano di organizzare un per-corso democratico per cominciare a discutere. Noi comunisti e comuniste di Rifondazione riteniamo questo percorso necessario. Vediamoci subito!
venerdì 21 agosto 2015
IL DISCORSO INTEGRALE DI ALEXIS TSIPRAS
IL DISCORSO INTEGRALE DI ALEXIS TSIPRAS
TUTTO IL MESSAGGIO
Alexis Tsipras: Al popolo sovrano la prima e l'ultima parola
Greche e greci,
Negli ultimi mesi abbiamo passato tutti noi momenti difficili e drammatici.
La dura trattativa con i creditori è stata una grande prova per il governo e per il paese.
Le pressioni, i ricatti, gli ultimatum, l’asfissia di credito hanno portato ad una situazione senza precedenti.
Tutti l’ha abbiamo vissuta.
Ma tutti abbiamo vissuto la pazienza, la calma, la resistenza del nostro popolo.
La determinazione popolare che ha registrato il referendum.
La decisione di cambiare le cose, di cambiare il paese, di cambiare tutto ciò che ci ha portato alla crisi e la frammentazione sociale.
Cerchiamo di essere chiari:
Senza questa determinazione popolare i creditori o avrebbero imposto assolutamente la loro volontà o ci avrebbero portato al disastro.
Questa determinazione è stata presente in ogni fase dei negoziati.
Questa determinazione offriva forza alla nostra resistenza, alla nostra battaglia giorno per giorno, con le a volte assurde richieste e le minacce dei creditori.
Oggi questa difficile fase si conclude in modo permanente con la ratifica dell'accordo e l'erogazione della prima tranche di 23 miliardi di euro e il pagamento delle obbligazioni del paese sia all'estero che all’interno.
L'economia si respira. Il mercato sarà normalizzato. Le banche dovranno lentamente trovare il loro ritmo normale.
Non si tratta, naturalmente, della fine della difficile situazione che stiamo vivendo ormai da cinque anni.
Ma ho la convinzione che può essere dimostrata dal lavoro e dalla coerenza di tutti noi, l'inizio della fine di questa situazione difficile.
Il passo decisivo verso la normalizzazione del finanziamento della nostra economia.
Un principio che non è facile, ma che ci offre prospettive e opportunità.
Basta che la società resta in piedi e presente.
Calma ed esigente come tutto il periodo precedente.
Greche e greci,
Voglio essere assolutamente sincero con voi.
Non abbiamo avuto l’accordo che abbiamo voluto prima delle elezioni di gennaio.
Non abbiamo affrontato pero anche la reazione che avevamo aspettato.
In questa battaglia abbiamo fatto concessioni.
Ma abbiamo portato un accordo che date le circostanze prevalentemente negative in Europa e dato che abbiamo ereditato dal governo precedente l’assoluto aggancio del paese alle condizioni dei memorandum, era il migliore che si poteva avere.
Questo accordo siamo obbligati a rispettarlo, ma contemporaneamente di dare la battaglia per ridurre al minimo le conseguenze negative.
Nell'interesse dei molti.
Al fine di riconquistare al più presto la nostra sovranità di fronte ai creditori.
Senza accettare come verità infallibili le loro interpretazioni.
Senza accettare tagli orizzontali, le atrocità sui diritti del lavoro, il dissanguare sempre le più deboli forze sociali.
E abbiamo già dimostrato che sappiamo e possiamo lottare per raggiungere molte cose.
Ricordate solo quale era la posizione dei partner prima di questo accordo:
Una proroga di cinque mesi del programma precedente, piena applicazione degli impegni del governo precedente e dopo nuovi prerequisiti per il finanziamento del paese.
A questo momento e dopo il referendum abbiamo approvato un accordo triennale, con un finanziamento assicurato.
Ricordate anche che ci avevano chiesto, l'abolizione immediata delle pensioni EKAS, privatizzazione la rete di energia elettrica e della “piccola DEH – Enel”.
Queste cose non le abbiamo accettate e abbiamo vinto.
Avevano chiesto anche l'applicazione immediata della clausola per il deficit pari a zero per i fondi integrativi dei pensionati.
Nell'accordo vi è un riferimento esplicito alla ricerca di misure equivalenti e siamo pronti a dare questa battaglia.
Anche il ritorno dei rapporti di lavoro e l’impedendo dei licenziamenti collettivi nel settore privato, sono nel nostro obiettivo irremovibile e penso che raggiungeremo anche questo.
I licenziamenti nel settore pubblico sono ormai alle spalle e hanno tornato i guardiani delle scuole, le donne delle pulizie e il personale amministrativo nelle università.
Negli ospedali non c'è più il ticket dei 5 euro, mentre si fa strada la procedura per assumere 4.500 tra medici ed infermieri che sono assolutamente necessari attraverso un concorso pubblico ASEP.
Non dimentichiamo che abbiamo concordato a drammaticamente inferiori surplus primari da quelli del governo precedente, con il risultato il risanamento dei conti pubblici, cioè le misure necessarie, di essere inferiori di 20 miliardi di euro.
Inoltre, il nuovo accordo di finanziamento non è sottoposto al Diritto Inglese con caratteristiche coloniali che avevano accordato i governi greci nei accordi precedenti, ma si riferisce al Diritto Europeo ed Internazionale, mentre il nostro paese mantiene tutti i privilegi e le immunità che proteggono la proprietà pubblica.
Ed infine, per la prima volta con modo cosi esplicito ed inequivocabile, di determina la procedura per la riduzione del valore del debito greco, che è forse il nodo più importante per risolvere il problema greco.
Abbiamo guadagnato allora terreno significativo, senza che ciò significhi che abbiamo ottenuto quello che noi e la gente ci aspettavamo.
Greche e greci,
Ora che questo ciclo difficile si conclude.
E a differenza del solito atteggiamento di molti che considerano purtroppo che sono autorizzati a mantenere i posti, gli offici, gli incarichi indipendentemente dalle condizioni e circostanze sento profondo obbligo morale e politico di mettere al vostro giudizio tutto quello che ho fatto.
Le cose giuste e gli errori.
Gli successi e le omissioni.
Per questo ho deciso di recarmi presto al Presidente della Repubblica a presentare le mie dimissioni e le dimissioni del governo.
Il mandato popolare che ho preso il 25 gennaio ha esaurito i suoi limiti.
E ora deve prendere di nuovo la parola il popolo sovrano.
Voi, con il vostro voto deciderete se abbiamo rappresentato il paese con la determinazione e il coraggio che richiedevano i difficili negoziati con i creditori.
Voi, con il vostro voto, deciderete se l'accordo ottenuto offre le condizioni per superare l'attuale impasse, di recuperare l'economia, per entrare infine alla strada per lasciare indietro i memorandum e la crudeltà che loro comportano.
Voi, con il vostro voto, deciderete chi e come può portare la Grecia nella difficile ma alla fine promettente strada che si apre davanti a noi.
Chi e come potrà negoziare meglio la diminuzione del debito.
Chi e come potrà procedere con passo sicuro e costante alle necessarie, profonde e progressiste riforme che abbiamo bisogno.
È, infine, con il vostro voto, voi vi giudicherete tutti.
Tutti coloro che abbiamo dato la battaglia dentro e fuori il paese, per non trovare la Grecia al plotone di esecuzione.
E quelli che invocando la coerenza ideologica e proponendo pertanto l'opinione che la Grecia ha bisogno dei crediti, cioè memorandum, ma con la dracma, commettono l'estrema incoerenza di convertire in minoranza parlamentare la maggioranza che il nostro popolo ha dato per prima volta al paese, il governo di Sinistra.
Ma anche quelli del vecchio sistema politico e i centri d’intreccio, che per tutto questo tempo ci chiamavano e ci facevano pressioni, coordinati con i più duri centri dei creditori, di firmare qualsiasi cosa che ci mettevano davanti a noi.
Calunniando anche la nostra resistenza come fosse ostruzionismo.
Greche e greci,
mi lascio al vostro giudizio con la mia coscienza tranquilla.
Orgoglioso per la battaglia che io e il mio governo abbiamo dato.
Mi sforzai tutto questo tempo per attenersi a ciò che abbiamo promesso.
Abbiamo negoziato duramente e con persistenza per lungo tempo.
Abbiamo resistere alle pressioni e ai ricatti.
Siamo arrivato è vero in situazioni limite per il popolo e per l'economia.
Abbiamo fatto, tuttavia, il caso della Grecia una questione globale.
Abbiamo fatto la resistenza del nostro popolo bandiera e incentivo di lotta per gli altri popoli europei.
E l'Europa non è la stessa dopo questi difficili sei mesi.
L'idea che si possa finalmente mettere fine all'austerità guadagna terreno.
Le differenze tra le forze democratiche e progressiste europee sono sempre più sentire.
E noi, la Grecia, con prestigio e un raggio di azione molte volte più grande della nostra dimensione abbiamo giocato e giochiamo un ruolo di primo piano nei cambiamenti a venire.
Nel dibattito per il futuro dell'Europa la Grecia sarà in prima linea.
Ieri con una mia lettera ho chiesto dal presidente del Parlamento europeo che il Parlamento europeo acquisisce come istituzione con una legittimazione democratica diretta, un ruolo attivo nel programma di finanziamento greco.
La trasparenza, l’aperto dibattito democratico, il fatto democratico di rendere conto delle azioni di tutti, la valutazione dell'impatto che hanno, dovrà essere ormai parte integrante dell’applicazione del nostro accordo con i partner.
Greche e greci,
Per tutto questo il tempo, nonostante le condizioni dure e difficile del negoziato abbiamo ottenuto anche di lasciare dietro di noi un esempio diverso di governare.
Abbiamo legiferato il pagamento dei debito arretrati allo stato in cento rate, abbiamo preso le misure per la crisi umanitaria, abbiamo riaperto la televisione pubblica ERT, abbiamo presentato il disegno di legge per le frequenze radiotelevisive, abbiamo votato la legge per gli immigrati, abbiamo fatto un intervento decisivo per fermare me miniere d’oro a Skouries e fermare un crimine ambientale, e decine di altre misure e iniziative, che dimostrano questo nuovo modo di governare.
E dimostrano inoltre la nostra decisione di cambiare con coraggio e fiducia il paese, utilizzando il sostegno sociale in obiettivi di riforma.
Davanti a noi abbiamo ancora di dare molte battaglie difficili, questa volta all'interno del paese.
La battaglia contro gli interessi loschi ed intrecciati, contro la corruzione, è appena iniziata.
La battaglia per far pagare finalmente gli eterni vincitori, che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio di toccare.
La battaglia per portare alla giustizia coloro che fino ad ora sono al di sopra della legge.
La lotta contro l'evasione fiscale, per un sistema fiscale giusto e stabile.
La battaglia delle battaglie per cambiare lo stato e farlo diventare ogni giorno più efficiente.
Più amichevole per il cittadino
Più ostile ai favori politici e clientelari, il favoritismo del partito che governa e la corruzione.
E tutte queste cose richiedono un mandato chiaro, un governo forte, stabile e senza un vacillante percorso.
E soprattutto richiedono di tener lo stesso passo con la società.
Con tutti coloro che vogliono cambiamenti con democrazia, riforme con segno progressista, trasparenza e giustizia.
Greche e greci,
Nonostante le difficoltà, rimango ottimista.
Credo che i giorni più belli non gli hanno ancora vissuti, intrappolati dentro la tanaglia del negoziato.
Chiederò il voto del popolo greco, per governare e per sventolare tutti gli aspetti del nostro programma di governo.
Più esperti, più preparati, più terra terra, ma sempre impegnati per l'obiettivo finale di una Grecia libera, democratica e socialmente giusta, saremo diritti in piedi e coerenti alle nuove condizioni e sfide.
Vi assicuro, che non mi consegnerà e non consegneremo lo scudo delle nostre idee e dei nostri valori.
In nessuno e di fronte a nessuna difficoltà.
E vi invito, tutti insieme, con calma e con decisione di combattere la difficile battaglia per rimettere la nostra patria ai suoi piedi.
Per tenere questi tempi difficili, la Grecia e la democrazia nelle nostre mani.
E di alzarla in alto.
Vi ringrazio….
Traduzione: A. Panagopoulos
sabato 15 agosto 2015
CUBA E USA AVRANNO RELAZIONI DIPLOMATICHE REGOLARI
Cuba e USA avranno relazioni diplomatiche regolari. I media del pensiero unico neoliberista ci presentano questa come una vittoria degli USA. Si tratta al contrario di una vittoria della Rivoluzione Cubana. Non solo l'imperialismo statunitense non è riuscito a soffocare la rivoluzione cubana, pur avendoci provato in tutti i modi, ma adesso deve riconoscerla. L'enorme dignità del popolo cubano, del partito comunista e del suo gruppo dirigente, l'hanno avuta vinta sulla più grande superpotenza militare mondiale.
mercoledì 29 luglio 2015
martedì 21 luglio 2015
COMUNISTI IN FESTA A CORNAREDO DAL 16 AL 26 LUGLIO 2015
Come ogni anno arriva il grande appuntamento con “COMUNISTINFESTA” giunto alla sua venticinquesima edizione, che si terrà dal 16 al 26 luglio, presso il centro sportivo “Sandro Pertini” di Cornaredo.
Ogni sera si può mangiare nell’ottimo ristorante “Porto di Mare” scegliendo vari menù (carne, pesce e vegetariano), o nella ormai storica Pizzeria dei compagni di Bareggio; si può bere, sempre con moderazione, degli ottimi vini di qualità da noi in Enoteca, oppure una bella birra fresca e/o artigianale presso la Birreria, o anche un cocktail al Bar.
E poi c’è la libreria, le bancarelle, le associazioni e la lotteria dove il primo premio è un buono spesa di 500 euro da spendere nei punti COOP o IPERCOOP. In poche parole non ci si annoia mai.
Quest’anno per la musica ci sono delle belle sorprese, oltre a “THE GANG” il 18, giovedì 23 c’è “TREVES BLUES BAND” e sabato 25 i “99 POSSE“.
E’ una grande festa aperta a tutti dove si può passare qualche ora in spensieratezza e in ottima compagnia.
Undici giorni, dove accantonare per un momento lo stress quotidiano, e visto i tempi che corrono … vi consigliamo vivamente di farvi un giro.
Fa bene alla salute.
GRECIA. L’OBIETTIVO DI TRAVOLGERE SYRIZA
GRECIA. L’OBIETTIVO DI TRAVOLGERE SYRIZA
di Rossana Rossanda fonte: www.sbilanciamoci.info.-
Spezzeremo le reni alla Grecia. Mi pareva di averlo già sentito. Adesso ci sono riusciti, c’è riuscita l’Europa democratica, tutta unita, una flebile opposizione è stata esalata dalla Francia; dall’Italia neanche questo.
Al contrario abbiamo letto su tutti i giornali, inclusi quelli targati centrosinistra, le ragioni che avrebbero costretto ad affamare un popolo già affamato mettendolo di fronte non a una scelta ma a un ricatto: o salti da quella finestra o da questa, ti rompi le ossa in tutti i casi, ma intanto mi porti sul vassoio la testa del Giovanni Battista di turno, Alexis Tsipras. Che aveva osato, colpa inammissibile in una democrazia, ricorrere al voto popolare per avallare o sconfessare i suoi movimenti: sono curiosa di sapere come una giovane professoressa spiegherà ai ragazzini e attraverso quali ragionamenti che sarebbe riprovevole appellarsi al voto per scegliere il proprio destino.
La verità è che l’obiettivo non era di sanare i conti sciagurati della Grecia ma di travolgere Syriza. Cattivo maestro che avrebbe potuto indurre altri paesi del sud a seguirla. Giacché il debito stringe dovunque e se un piccolo paese (undici milioni di persone) avesse ottenuto un alleggerimento o un rinvio di esso nel tempo, i decisori di Bruxelles si sarebbero forse trovati davanti paesi più grossi e debiti più massicci che avrebbero reclamato tagli o moratorie. Meglio affogare un gatto oggi che una tigre domani. Ma è più facile dirlo che farlo e lo dimostrano i più soavi accenti della troika dopo il primo innegabile successo.
Da un lato infatti i prepotenti dell’Ue non hanno ben pronto un uomo che sarebbe più forte del leader di Syriza, le cui perdite nel partito sono minori di quanto Angela Merkel potesse sperare. La drammatica seduta del parlamento di mercoledi notte si è chiusa con 40 deputati di Syriza che hanno votato contro o si sono astenuti: una rottura ma non poi così inaggiustabile. Dall’altro premerebbe ai più pragmatici europei, come Mario Draghi e il Fmi, avere un interlocutore greco abbastanza solido. Di qui gli accenti di Draghi, che ha fornito nuova liquidità di emergenza e sarebbe propenso a una ridefinizione del debito – due obiettivi considerati blasfemi ancora tre giorni fa.
Da lunedi dovrebbero riaprire le banche e la gente potrà avere quei pochi euro che le sarà concesso di prelevare. Bisognerà vedere se Tsipras avrà la forza di governare anche questa faticosa tappa – cosa che pareva avere escluso e che ha dato forza alla sua sinistra interna (è sempre da sinistra che le sinistre debbono attendersi il peggio). E’ cosa non semplice; ma se, come molti dei nostri compagni greci credono, egli lo farà, e se da una torbida Europa venisse un minimo di solidarietà e di coraggio, il caso greco rimarrà ancora aperto e per lungo tempo.
fonte: www.sbilanciamoci.info.
CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE PER AFFRONTARE LA CRISI
CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE PER AFFRONTARE LA CRISI
di Luciano Gallino fonte: L’Altra Europa con Tsipras
CAMBIARE GOVERNO PER AFFRONTARE LA CRISI
A otto anni di distanza dall’inizio della crisi economica in USA e in Europa, e a sei della sua fittizia trasformazione, per mano delle istituzioni e dei governi UE, da crisi del sistema finanziario privato a crisi del debito pubblico, l’Italia si ritrova con un governo che da un lato è allineato con le posizioni più regressive della Troika (la quale forma di fatto una quadriglia con Berlino); dall’altro non ha evidentemente la minima idea circa le cause reali della crisi, e meno che mai delle strade da provare o da costruire per uscirne.
Il gioco dei numeretti che i suoi ministri fanno circa la ripresa o l’occupazione, con la risonanza che vi danno quasi tutti i media, senza che questi tradiscano mai da parte loro un’ombra di spirito critico, appare penoso. In realtà la situazione del paese è drammatica, e l’inanità dilettantesca del governo non fa che peggiorarla. L’Italia ha bisogno urgente – diciamo, realisticamente, entro il 2016 – di un altro governo che abbia compreso le cause strutturali della crisi quale si presenta in Italia, nel quadro della crisi europea, e possegga per conto suo e sappia mobilitare nel paese le competenze per superarle. E’ una missione impossibile, è vero, ma è meglio immaginare l’impossibile che darsi alla disperazione.
La crisi ha tre facce. Proverò a delineare i loro tratti principali.
La crisi della UE e dell’euro. La UE è stata fondata sulla base di una serie di gravi errori. Sbagliarono gli intellettuali e i politici che per primi concepirono l’unione come un sorta di abbraccio tra popoli che secondo loro avevano più cose in comune che differenze, a partire da una presunta “identità” o “cultura europea”, nonché dal comune orrore per le due “guerre civili” intervenute nel continente in poco più di trent’anni. Sbagliarono gli economisti nel credere e far credere che le grandi differenze di struttura industriale, produttività, composizione delle forze di lavoro, relazioni sindacali, ricerca e sviluppo, scambi con l’estero ecc. esistenti tra i vari stati membri sarebbero state colmate verso l’alto grazie ai benefici effetti di una moneta unica, l’euro. Infine sbagliarono i capi di stato e di governo nel credere che l’Unione, in quanto fondata sul principio “uno stato (piccolo o grande che fosse) uguale un voto”, sarebbe servita a contenere il predominio economico e politico della Germania.
Beninteso, non ci furono soltanto errori. In generale, a porre le basi del trattato di Maastricht sin dai primi anni del secondo dopoguerra fu il potere economico-finanziario europeo, tramite fior di associazioni neoliberali che rappresentavano e tuttora ne rappresentano la voce e il braccio politico. Tra di esse: la Società Mont Pelérin, la Trilaterale, la Bildeberg, la Tavola Rotonda degli Industriali, la Adam Smith Society, alle quali si è aggiunto più tardi il Forum Mondiale di Davos. Istituzioni internazionali come la Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), insediata a Parigi nel 1961, si sono impegnate senza tregua sin dall’inizio per far sì che il Trattato UE contenesse le più incisive norme possibili a favore della liberalizzazione dei movimenti di capitale. La componente monetaria dell’Unione, fondamentale per il suo funzionamento, è stata dettata sin nei particolari dalla Germania. Nei suoi colloqui con il presidente francese Mitterrand, il cancelliere Kohl fu irremovibile nel pretendere che l’euro fosse il più possibile simile al marco; che la BCE fosse dichiarata per statuto indipendente dai governi, una clausola mai vista negli statuti delle banche centrali di tutto il mondo: tant’è vero che essa si è presto rivelata esseree un organo prettamente politico, che invia lettere durissime agli stati membri, Italia compresa, affinchè taglino sanità, pensioni e salari; che la BCE stessa avesse sede in una città tedesca (Francoforte). Su queste basi l’euro è stato giustamente definito il più efficace strumento mai inventato per tenere bassi i salari, demolire lo stato sociale e liquidare il diritto del lavoro.
A meno di venticinque anni dalla sua fondazione e meno di quindici dall’introduzione dell’euro, la UE sta andando verso il disastro. Tra il 2008 e il 2010 i governi UE hanno speso o impegnato 4.500 miliardi di euro per salvare le banche, ma non sono riusciti a trovarne 300 per salvare la Grecia, la cui uscita incontrollata dall’euro potrebbe far implodere l’intera UE. Gli squilibri tra gli stati membri sono aumentati anziché diminuire. Ad onta della normativa UE che impone di limitare l’eccedenza export-import, la Germania continua ad avere eccedenze dell’ordine di 160-170 miliardi l’anno, uno squilibrio che potrebbe contribuire al fallimento dell’Unione. La disoccupazione colpisce 25 milioni di persone. Le persone a rischio povertà sono oltre 100 milioni. In vari paesi – Grecia, Italia, Spagna – la inoccupazione giovanile oscilla tra il 40 e il 50 per cento, un tasso mai visto da quando essa viene censita. Le politiche di austerità imposte dai governi per conto delle istituzioni UE, nel mentre si sono rivelate fallimentari, hanno colpito con durezza i sistemi di protezione sociale e l’istruzione; bloccata pericolosamente la manutenzione delle infrastrutture di base (ponti, dighe, strade, trasporti locali, viadotti, corsi d’acqua: per risanarli ci vorranno migliaia di miliardi); spinto nella povertà altre masse di persone, anche in Germania che proprio dell’impoverimento dei vicini aveva fatto il perno della sua politica economica. Non basta: le politiche di austerità, secondo molti giuristi, hanno violato decine di articoli di tutte le leggi riguardanti i diritti umani e i crimini contro l’umanità, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 ad oggi: leggi, si noti bene, che i trattati UE hanno a suo tempo fatto proprie. La popolazione reagisce a quanto avviene in due modi: non andando a votare nella misura del 60 per cento per l’unico organo UE democraticamente eletto, il Parlamento europeo, con punte dell’80 per cento nei nuovi stati membri (dati 2014); e dando invece un largo e crescente consenso alle formazioni di estrema destra, in Francia, Italia, Polonia, Ungheria, ecc. Il che farebbe pensare che gli elettori non abbiano memoria del pericolo che esse rappresentano per la democrazia – se non fosse che nella UE la democrazia è stata già da tempo svuotata di senso dalla oligarchia politico-finanziaria di Bruxelles e dintorni.
Data la situazione attuale della UE, se non si fa nulla per affrontarla il futuro propone soltanto due scenari, al momento ugualmente probabili:
a) la UE crolla all’improvviso e in malo modo a causa di un incidente che trascina con sé tutta la barcollante struttura dell’Unione: ad esempio, un paese è costretto a uscire dall’euro perché a causa del suo bilancio pubblico strangolato dalle politiche di austerità non riesce a pagare i suoi creditori privati. I quali sono tanto stupidi da non rendersi conto che è sempre meglio un debitore che paga poco, in ritardo e a rate, di un debitore che non può pagare niente perché è stato imprigionato a causa del suo debito. (Lo scrittore Daniel Defoe, ch’era stato imprigionato per debito nel 1692, verso il 1705 riuscì a convincere con un suo scritto il governo inglese a introdurre una riforma che permetteva al debitore di continuare a lavorare e produrre reddito, in modo da poter rimborsare almeno in parte i suoi creditori piuttosto che marcire inoperoso in prigione. Al confronto, la Troika è in ritardo di tre secoli. Oppure potrebbe accadere che una grande banca europea fallisca, trascinandone altre con sé. Dall’inizio della crisi alcune delle maggiori banche europee, a cominciare dalla britannica HSBC, hanno pagato in complesso decine di miliardi di dollari a causa di varie penalità che hanno accettato di pagare alle autorità americane ed europee per non arrivare a un processo relativo a innumeri violazioni delle leggi finanziarie che esse hanno compiuto in mezzo mondo. Ma è possibile che a un certo punto un processo arrivi, e le sue conseguenze siano tali che la banca interessata fallisce perché né il suo governo né le istituzioni europee dispongono più dei mezzi per salvarla, da cui un effetto domino che travolge sia la UE che l’euro.
b) Il secondo scenario prevede che la UE e l’euro sopravvivano alla meglio per altri venti o trent’anni, cucendo rappezzo su rappezzo istituzionale per far fronte ai sempre più diffusi segni di malcontento di nove decimi della popolazione, impoverita e tartassata dal lavoro che manca, dalla distruzione dei sistemi di protezione sociale, dai continui diktat oligarchici della Commissione Europea e delle BCE che esautorano totalmente i governi nazionali senza dare nulla in cambio. Intanto il decimo al vertice della stratificazione sociale continua ad arricchirsi a spese degli altri nove: dopotutto, è per esso che i trattati UE sono stati confezionati.
Nel caso invece che qualcosa si volesse fare, una soluzione potrebbe esserci. La UE convoca una Conferenza sul Sistema Monetario Europeo, il cui punto principale all’ordine del giorno dovrebbe essere la soppressione consensuale dell’euro, ed il ritorno alle monete nazionali con parità iniziale di 1 rispetto all’euro. Altri punti dovrebbero riguardare la preparazione tecnica della transizione, e una estesa campagna di informazione pubblica prolungata per mesi. Si potrebbe anche prevedere che l’uscita dall’euro sia decisa paese per paese, di modo che se qualche stato membro lo volesse fare ne avrebbe facoltà, mentre altri potrebbero tenersi l’euro.
E’ innegabile che anche la soppressione consensuale dell’euro presenta dei rischi. Com’è vero che in ogni caso essi sarebbero inferiori a quelli che oggi corre la UE sia per i suoi difetti strutturali, sia per la possibilità che l’uscita improvvisa di un paese – si tratti della Grexit, della Brexit (sebbene la Gran Bretagna non abbia l’euro) o altro – rechi seri danni agli altri. Ma di certo i rischi sarebbero accentuati dai paesi – in primo luogo la Germania – che dall’euro hanno tratto i maggiori vantaggi. Una variante che ridurrebbe i rischi potrebbe consistere nel mantenere in vita l’euro, mentre ogni stato emette e fa circolare sul proprio territorio una moneta fiscale parallela. Da moneta unica l’euro diventerebbe così una moneta comune. Il predicato “fiscale” significa qui che il valore della nuova moneta sarebbe assicurato dal fatto che essa verrebbe accettata per il pagamento delle imposte – il maggior riconoscimento che una moneta possa ottenere dallo stato – e sarebbe comunque garantita dalle entrate fiscali. Si noti che progetti di una moneta parallela all’euro che ogni stato emette per conto proprio sono assai numerosi in Francia, nel Regno Unito, e soprattutto in Germania.
La richiesta di una Conferenza sull’Unione Monetaria dovrebbe essere presentata alla UE da alcuni paesi di primo piano, con il sottinteso che un rifiuto netto potrebbe indurre ognuno di essi o all’uscita dall’euro o al disconoscimento di numerose norme UE che violano i diritti umani o addirittura si configurano come foriere di crimini contro l’umanità. Non mancano nella UE i giuristi in grado di predisporre la documentazione necessaria. Al presente, i soli paesi disponibili a tal fine sono forse la Grecia, ammesso che “al presente” essa sia ancora nell’euro o il governo Tsipras non sia stato strangolato dalla Troika; e la Spagna, nel caso di una vittoria di Podemos alle elezioni dell’autunno 2015. Da parte del governo italiano in carica un atto simile è inimmaginabile, essendo il medesimo del tutto allineato sui rovinosi dogmi di Bruxelles. Per questo è necessario sostituirlo al più presto con un governo orientato diversamente, e dotato di competenze post-neoliberali di cui nel governo attuale non v’è la minima traccia.
La crisi economica ed occupazionale. Nei paesi più sviluppati del mondo, USA e UE, che da soli producono circa la metà del Pil globale, l’economia capitalistica ha imboccato da tempo un periodo di stagnazione che secondo molti esperti potrebbe durare anche cinquant’anni. In Usa, nel decennio degli anni 50 i trimestri in cui il Pil reale cresceva di almeno il 6 per cento l’anno sono stati 40. Negli anni 70 erano scesi a 25. Nei ’90, a meno di dieci. Infine nel periodo 2000-2013 sono stati in tutto tre. Sebbene sia difficile fare una stima aggregata del Pil dei paesi oggi membri della UE, visto che in settant’anni hanno avuto storie politiche ed economiche diverse, si stima che l’andamento del Pil nella UE sia stato all’incirca il medesimo. Al presente, un altro indicatore di stagnazione è il forte e prolungato rallentamento degli investimenti nell’economia reale. Essi rendono poco rispetto alle attività speculative svolte nel sistema finanziario, il quale peraltro all’economia reale non reca alcun beneficio (al punto che in realtà non ha nessun senso chiamarli “investimenti”). Risultato numero uno: si stima che circa il 70 dei capitali circolanti sia destinato alle seconde. Il capitalismo ha posto così le premesse per una sorta di suicidio al rallentatore. Mediante l’automazione ha ridotto drasticamente il numero dei produttori nell’economia reale (servizi compresi). Con la forsennata compressione dei salari reali, (in aggiunta alla riduzione dei produttori) ha ridotto il potere d’acquisto dei consumatori. Per investire l’impresa capitalistica deve poter stimare quanti sono quelli a cui venderà i suoi beni o servizi, e più o meno per quanto tempo. Nei nostri paesi si è messa in condizione di non poterlo più fare.
La riduzione degli investimenti è anche dovuta al fatto che da decenni il capitalismo non inventa più nulla che possa diventare un consumo di massa. Al contrario di quanto asseriscono gli economisti neoclassici, il capitalismo non vive affatto di una continua innovazione endogena. Ha bisogno di robusti e ripetuti stimoli esterni. Negli anni 50 e 60 li hanno forniti, nei nostri paesi, i consumi di massa di auto, elettrodomestici, televisori. La diffusione in atto dei cellulari, dei tablets, dei PC – tutti fabbricati in Asia – non ha avuto né potrà mai avere effetti paragonabili sulla crescita e sull’occupazione di un paese europeo. Inoltre tanto la produzione quanto il consumo dei beni e dei servizi proprosti dall’attuale modello produttivo si fondano su energie tratte da risorse fossili, mentre gli scienziati del mondo intero avvertono che l’inversione dell’attacco all’ambiente, che presuppone una drastica riduzione di tali fonti energetiche, dovrebbe avvenire ormai entro breve tempo se si vuole evitare una catastrofe. In sintesi: l’idea di una ripresa paragonabile al passato – la famosa luce in fondo al tunnel – è una illusione priva di fondamento. E se mai dovesse verificarsi, sarebbe ancora peggio, perché avvicinerebbe il momento di un disastro ambientale irreversibile.
Non basta. Il termine “automazione” si riferisce da cinquant’anni alla sostituzione di lavoro fisico da parte di macchine. Ma la microinformatica ha anche enormemente esteso sia le capacità delle macchine operatrici, sia le capacità dei computer di svolgere attività intellettuali che fino a pochi anni fa si sosteneva non fossero automatizzabili. Risultato numero tre: in Usa si stima che il 47 per cento degli attuali posti di lavoro, finora occupati da esseri umani a causa del loro contentuo intellettuale e professionale medio-alto, possano venire svolte entro pochi anni da una qualche combinazione di macchine, computer e programmi intelligenti. In altre parole potrebbero scomparire più di 60 milioni di lavoro. Un processo analogo di sostituzione di esseri umani da parte dei computer è in corso anche in Europa. Una politica che non si occupi primariamente di questo problema, come avviene nella UE e in modo ancor più marcato in Italia, non soltanto è da buttare per la sua inefficienza; è una minaccia per milioni di cittadini.
Da quanto precede se ne trae che l’Italia dovrebbe progettare al più presto un piano pluriennale di transizione a un diverso modello produttivo, che abbia come caratteristiche principali l’essere fondato su progetti o settori ad alta intensità di lavoro; elevata qualificazione; tecnologie avanzate; consumi ridotti di energie fossili; elevata utilità pubblica; massima attenzione ai beni comuni. Esso dovrebbe inoltre prevedere il passaggio regolato di milioni di lavoratori dai settori in declino ai nuovi settori. Non è il caso per ora di inoltrarsi in un elenco di questi ultimi: si rimanda alla ragguardevole letteratura esistente sulla trasformaziome industrial-ecologica dell’economia. Qui basti dire che il riassetto idrogeologico dell’intero territorio, il miglioramento del rendimento energetico delle abitazioni, gli interventi anti-sismici nelle zone più a rischio, la tutela dei beni culturali assorbirebbero da soli milioni di posti di lavoro. La complessità e l’ampiezza di un simile piano renderebbe necessario l’impiego delle migliori competenze tecniche ed economiche, pubbliche e private, di cui il paese disponga. E soltanto un governo totalmente rinnovato quanto a cultura politica e competenze professionali sarebbe capace di guidarne la realizzazione. Inutile aggiungere che un simile piano deve poter inziare entro pochi mesi, per essere via via sviluppato e rettificato.
Il caso italiano. Una delle cause strutturali per cui la crisi europea ha colpito l’Italia più di altri paesi sono le sue antiche carenze quanto a istruzione e ricerca e sviluppo (R&S). In vista di una transizione a un diverso modello produttivo e occupazionale sarebbe essenziale aumentare in misura considerevole la spesa pubblica per la scuola secondaria e l’università. Con il 22 per cento dei diplomati contro una media del 36 per l’intera UE l’Italia occupa l’ultimo posto in tale classifica. E’ una percentuale scandalosamente bassa; e ancora più scandaloso è il fatto che dinanzi all’obbiettivo proposto dalla Commissione Europea di raggiungere il 40 per cento entro il 2020 come media UE, uno dei nostri recenti governi abbia risposto chel’Italia punta nientemeno che al 27 per cento. Dati analoghi valgono per i laureati. L’obiezione per cui diplomare o laureare un maggior numero di giovani non serve allo sviluppo, o è addirittura un danno, perché tanto non trovano lavoro, è priva di senso. I giovani non trovano lavoro perché non esistono politiche economiche capaci di creare nuovo lavoro nel momento in cui il lavoro tradizionale scompare.
Anche in tema di R&S siamo messi male. Tra i 32 paesi Ocse l’Italia occupa il penultimo posto quanto a spesa in R&S, con un misero 1,25 per cento tra pubblico e privato. Le statistiche delle richieste di brevetto depositate presso l’Ufficio Brevetti europeo, che vedono l’Italia in coda ai maggiori paesi UE sia quanto a numero sia quanto a contenuto tecnologico, riflettono tale povertà di spesa. Come minimo occorrerebbe raddoppiare quest’ultima nel più breve tempo possibile.
Di fronte ai problemi sopra richiamati, alla pericolosità della crisi UE, ed alla addizionale gravità di quella italiana, il governo Renzi non esiste. Non che, per ora, le opposizioni offrano gran che di meglio. Moltiplicare invettive contro il dominio della finanza, oggi ben rappresentato dall’euro, non serve: anche il Mein Kampf ne era pieno (dieci anni dopo, non a caso, il suo autore giunto al potere impiegò poche settimane per accordarsi con la grande finanza). Il dominio bisogna prima seriamente studiarlo, per poi smontarlo pezzo per pezzo con strumenti politici e legislativi appropriati. Né serve a molto inveire contro la casta. Una volta stabilito che si tratta di una intera classe politica che ha fatto da decenni il suo tempo, nonché di buona parte della classe imprenditoriale, si tratta di sostituirla con una classe avente una concezione del mondo diversa e opposta, che sappia amministrare il paese e ogni sua parte in nome dei diritti al lavoro e del lavoro; dell’uguaglianza (in una economia dove gli amministratori delegati guadagnino magari 50 volte i loro dipendenti e facciano bene il loro mestiere invece di guadagnare 500 volte e farlo male); dei beni comuni da sottrarre alle privatizzazioni; di una economia che non distrugga l’ambiente nel quale dovrebbero vivere e prosperare i nostri discendenti.
Allo scopo di far emergere dal paese, che da più di un segno appare in grado di farlo, una nuova classe dirigente all’altezza del compito, occorrono i voti. Per moltiplicare i voti necessari occorre che il maggior numero possibile di elettori comprenda qual è l’enormità della posta in gioco, in Italia come nella UE, e la relativa urgenza. E se è vero che l’opinione politica si forma per la massima parte sotto l’irradiazione dei media, è di lì che bisogna partire. Supponendo che la traccia proposta sopra sia qualcosa di assimilabile a uno schema di programma politico a largo raggio, bisognerebbe quindi avviare una campagna di comunicazione estesa, incessante, capillare, volta a mostrare che la rappresentazione che il governo e i media fanno di quanto avviene è una deformazione della realtà, e poco importa se non è intenzionale. Insistendo su pochi punti essenziali, siano essi quelli qui indicati o altri – purchè siano pochi e di peso analogo. Lo scopo è semplice: ottenere che alle elezioni del 2016 parecchi milioni di cittadini votino per una società migliore di quella verso cui stiamo rotolando, a causa dei nostri governi passati e presenti, non meno che della deriva programmata della UE verso una oligarchia ottusa quanto brutale.
Luciano Gallino - fonte: L’Altra Europa con Tsipras
venerdì 17 luglio 2015
Iscriviti a:
Commenti (Atom)















