Il neoliberismo non è finito, ma si
rafforza: torna l’austeritÃ
Scenari. Il
Def non utilizza le risorse per investire in assunzioni indispensabili per
scuola, sanità , servizi pubblici, ricerca con ricadute positive su pil, entrate
fiscali e riduzione del debito
Antonello Patta – da IL MANIFESTO del 15-10-2021
Il
parlamento ratifica ancora una volta lo svuotamento del proprio ruolo
approvando la risoluzione di maggioranza sulla nota di accompagnamento al Def,
limitandosi a chiedere al governo generici impegni che non potranno essere
assolti proprio in virtù del fatto che si è votato anche il rispetto delle
compatibilità con gli obiettivi di finanza pubblica indicati nella Nadef 2021.
In essa il
governo ha fissato la scelta di ridurre il deficit del 2021 dall’11,8%
programmato, e accettato in sede europea, al 9,4%, 2,4 punti in meno che
valgono circa 43 miliardi di mancate spese che si sarebbero potuti aggiungere
ai 22 miliardi ora disponibili
SI È IN
PRATICA deciso consapevolmente di mettere in competizione tra loro possibili
destinazioni delle risorse, quali la rivalutazione delle pensioni in rapporto
all’inflazione, un intervento più serio sulle bollette, il finanziamento del
reddito di cittadinanza, la riforma delle pensioni, le spese per scuola, sanitÃ
e così via dicendo. Una scelta dunque che lascerà insoddisfatte molte
aspettative che verranno messe a tacere col ritorno del refrain “I soldi non ci
sono”.
Ma Draghi e
il ministro delle finanze, oramai gli unici decisori delle politiche economiche
del paese, non si sono fermati qui, ma sempre con il varo della Nadef (nota di
adeguamento del decreto di economia e finanza) hanno ottenuto la ratifica della
scelta, fatta col Def ad aprile, di fissare il deficit programmatico per il
2022 al 5,6%, un livello più basso di altri paesi europei col risultato di
avere da un anno all’altro una riduzione delle risorse disponibili di circa 120
miliardi. Non si è voluto nemmeno tenerlo più alto come la Spagna che nel
nostro caso avrebbe significato la disponibilità di ulteriori 36 miliardi.
Il governo
in questo modo ha precostituito volutamente una condizione di scarsità delle
risorse, che non era obbligata, e che determinerà una riduzione di spesa con
conseguenze economiche e sociali gravissime, attuata senza che nel parlamento e
sui media si siano alzate voci di dissenso nè dalla maggioranza né
dall’opposizione.
AL CONTRARIO
PARTITI al governo, giornali e tv a reti unificate sono così uniti
nell’esaltazione enfatica di una ripresa economica e di un futuro di rilancio
del paese resi possibili dalle qualità del presidente del consiglio da non
valutare come avrebbero dovuto le conseguenze economiche negative leggibili lì
nero su bianco nel documento votato: L’Italia nel 2023 avrà una crescita del
Pil solo di 1,1% rispetto al 2019 anno prima della pandemia mentre nel mondo la
crescita viaggerà a più 5,6% e in Europa intorno al +3% medio.
È
impressionante che queste decisioni siano arrivate nonostante nel 2021 si sia
potuto toccare con mano il fatto che il debito si riduce aumentando gli
investimenti (non l’aveva detto anche Draghi?) e non come si è pervicacemente,
e inutilmente fatto per decenni riducendo le spese. Grazie agli investimenti e
alle spese apparentemente improduttive permesse da un deficit storico infatti
nel 2021 si è avuta una crescita inattesa del 6% e il debito nazionale che nel
documento di economia e finanza di aprile era stato previsto al 159, 8% si
attesta nelle stime del governo di ottobre al 153,5%
Non è
difficile immaginare gli effetti positivi sul debito e sulla crescita futura se
si fossero spesi tutti i miliardi in più di risorse disponibili.
Allora
perché il governo non ha approfittato dell’inedita possibilità di confermare
l’indebitamento del 2021 all’11,8% previsto e ha perseguito l’obiettivo del
9,4% ottenuto per due terzi attraverso una riduzione netta delle spese rispetto
a quanto previsto in aprile? Perché di nuovo riducendo anche il deficit
previsto per il 2022 sono state sprecate occasioni importanti per rimettere
l’Italia su un percorso che avrebbe allineato la crescita a livelli europei e
avviato il paese sulla strada di un risanamento duraturo dei conti pubblici?
PERCHÉ NON
SI SONO utilizzate le risorse per investire nelle assunzioni indispensabili per
rilanciare la scuola, la sanità , i servizi pubblici, la ricerca che com’è noto
hanno immediate ricadute positive sul pil e quindi sulle entrate fiscali
accelerando ulteriormente la riduzione del debito?
E non si
dica che la colpa è dell’Europa. Il nostro presidente del consiglio, acclamato
come il successore della Merkel, avrebbe potuto benissimo convincere, dati alla
mano i partners della possibilità di ridurre il debito mantenendo la spesa
pubblica a livelli più alti, almeno quanto altri paesi europei.
LA VERITÀ È
CHE SIAMO, in tutta evidenza, di fronte a una linea ben precisa di Draghi e di
questo governo che hanno scelto consapevolmente di anticipare di un anno, dal
2022 al 2021 la riproposizione di politiche di austerità e poi proseguire sulla
stessa via con la riduzione esagerata del deficit del 2024 fissato al 3% e non
per esempio, come sarebbe stato possibile, al 5 o al 6%.
Ad aggravare
il quadro dei conti pubblici futuri concorrono altre due scelte che vedono
uniti i partiti al governo: in primo luogo un progetto di riforma fiscale che
non solo non migliora, ma peggiora il sistema attuale, probabilmente spostando
ancora una volta la distribuzione del carico fiscale a vantaggio delle aziende,
dei ricchi e della speculazione immobiliare, si veda l’eliminazione dell’Irap,
alla riforma del catasto, alla sottrazione alla base imponibile dell’Irpef di
ricchezze soggette alle varie tasse piatte; in secondo luogo continua a esser
negata qualsiasi intenzione di tassare le grandi ricchezze su qualsivoglia
versante.
La
spiegazione di tutto ciò pur tenendo conto anche dell’ideologia monetarista del
banchiere Draghi, non può che essere trovata nella volontà di utilizzare
l’argomento della scarsità di risorse a fini di disciplinamento sociale e di
adeguamento di tutto il sistema ai principi dell’ordoliberismo.
TUTTE LE
SCELTE del governo vanno in questa direzione: lo sblocco dei licenziamenti, la
normalizzazione brunettiana della pubblica amministrazione, l’affidamento
dell’Itavia a un discepolo di Marchionne, l’utilizzo dei fondi del recovery
fund per ristrutturare il sistema produttivo aumentando la precarietà e il
comando sul lavoro, la scelta di non intervenire positivamente su salari,
occupazione e leggi della precarietà , il varo di una riforma sulla concorrenza
destinata a privatizzare l’acqua e tutto ciò che di pubblico è rimasto, e si
potrebbe continuare.
Si torna
all’antico, si precostituisce artificialmente una condizione di risorse scarse,
questa volta per responsabilità nazionale, per poi utilizzare a piene mani la
narrazione che i soldi non ci sono al fine di mettere un freno alle
rivendicazioni e alle lotte continuando così ad aprire spazi alle destre per
alimentare la guerra tra poveri.
Antonello Patta – da IL MANIFESTO del 15-10-2021