martedì 20 luglio 2021

ACQUA PUBBLICA, LE STELLE CADENTI DEL NUOVO CORSO M5S

 

Acqua pubblica, le stelle cadenti del nuovo corso M5S

Da “IL MANIFESTO” del 19 luglio 2021 di RICCARDO PETRELLA

Nel nuovo Statuto del M5S, scompare la stella dell’acqua pubblica e spunta quella della economia eco-sociale di mercato, due passi indietro sul piano dei valori culturali, politici e sociali pdf qui

Ricordo che le teorie sull’economia sociale di mercato sono il patrimonio del pensiero social-cristiano di stampo liberale tedesco sin dagli anni ’50. E’ solo con l’apparizione della “terza via “alla Blair, alla Schroeder, alla Clinton che anche la sociademocrazia aderisce all’economia sociale di mercato, giocando per di più su un miserevole alibi: quello di parlare di economia con mercato anziché di mercato.

Siamo di fronte ai giochetti sulle preposizioni con l’aggiunta di eco- a sociale. Certo il sotterfugio si riferisce agli aspetti ecologici, ma resta un sotterfugio. A cosa si penserebbe se qualcuno parlasse di eco-capitalismo e di capitalismo verde o di eco-fascismo?

E’   a proposito dell’acqua pubblica, però, prima stella del Movimento, che, me lo si consenta, non riesco a nascondere la profonda delusione e tristezza anche sul piano personale.

Coloro che venti anni fa hanno seguito da vicino l’intervento travolgente di Beppe Grillo sulla scena politica italiana sanno che ho largamente contribuito alla maturazione del suo interesse politico e dell’entusiasmo culturale sul tema dell’acqua in un contesto di rapporti di mutua fiducia e di arricchimento culturale.

Ricordo che su invito di Beppe Grillo toccò a me presentare le ragioni e l’importanza strategica della stella dell’acqua pubblica a Firenze nel 2013 il giorno della presentazione ufficiale del programma del Movimento 5 Stelle per le elezioni politiche.

Poi i contatti si sono persi visto il graduale allontanamento dei dirigenti del MS5 dall’obiettivo della promozione e della difesa della ripubblicizzazione dell’acqua. E’   vero che il M5S ha fatto parte di governi di coalizione per cui ha dovuto negoziare in permanenza la realizzazione dei suoi obiettivi politici.

Ma, ancora oggi, è il gruppo parlamentare più importante alla Camera. Se la proposta di legge sull’acqua pubblica non è passata è perché ha cessato di essere la sua priorità politica per la quale aveva ottenuto i voti degli elettori italiani.

Parlare di “beni comuni “è una scappatoia perché sia il garante che il presidente conoscono lo svuotamento subito dal concetto di “beni comuni”, ed in particolare dell’acqua, a livello internazionale ed anche italiano, negli ultimi 15 anni, sull’influenza anche delle tesi liberali del Premio Nobel per l’Economia del 2009, l’americana Elinor Ostrom. Secondo Ostrom, né lo Stato né il mercato sono un sistema efficace di gestione di un bene comune ma l’autogoverno da parte delle popolazioni che “si appropriano” del bene e fissano le regole per la sua gestione. Il sistema economico non subisce alcuna modifica.

Queste tesi, ispirate da una logica micro-istituzionale, fanno parte di una visione dell’economia contemporanea centrata su due principi.

    Primo, l‘economia dei portatori d’interesse, (la stakeholders economy), secondo la quale il principio più importante non è la proprietà del bene “comune” ma la finalità che si dà alla sua gestione in comune (per esempio, la sostenibilità) tra tutti i membri portatori di interessi specifici e settoriali.

    Secondo, l’economia collaborativa, sovente tradotta nel senso di partenariato pubblico-privato (Ppp).

In conclusione, un bene comune, per quanto essenziale esso possa essere per la vita, non deve essere necessariamente di proprietà pubblica, collettiva, di responsabilità pubblica e di presa a carico finanziaria pubblica via la fiscalità giusta e redistributiva. Il nesso strutturale tra bene comune essenziale per la vita e diritti universali alla vita non è preso in considerato, è persino abbandonato. Il regime di proprietà è indifferente. Quel che conta è l’agire in comune.

Ed é così che nel giro degli ultimi 20 anni, privatizzazione permettendo, tutti i beni comuni (comprese l’aria e l’acqua) sono passati nell’ordine dell’economia globale di mercato. Perché mancano le bombole d’ossigeno in India?

La mistificazione forse permette di raccogliere voti ma non è su questa base che si fonda la nobile funzione della politica.

sabato 3 luglio 2021

IL PRC DI VIMODRONE RICHIEDE LA TEMPISTICA PER AVERE LA BACHECA A DISPOSIZIONE DEL PROPRIO GRUPPO CONSILIARE.

 

Dopo che ieri al consiglio comunale ho espresso attraverso la presentazione di un articolo 24 la necessità che venga finalmente data in consegna la seconda bacheca comunale spettante ai gruppi consigliari anche al ns. gruppo, venuto a conoscenza che i consiglieri non avevano ricevuto l’informazione.

Allego copie delle richieste.

Crediamo sia una questione di democrazia, di giustizia e di uguale trattamento…

Marco Messineo

Gruppo Consiliare P.R.C. - S.E.

 

                         Richiesta del 30 ottobre 2020

 

 
Richiesta del 30 aprile 2021
 
 



SBLOCCO DEI LICENZIAMENTI, NESSUN MIRACOLO E I VERI VINCITORI

 

Sblocco dei licenziamenti, nessun miracolo e i veri vincitori

Imprese/Lavoro. Ma bilancia non è a favore delle organizzazioni dei lavoratori. E la «raccomandazione» è paragonabile alla «moral suasion» dagli esiti sempre insoddisfacenti

Da “IL MANIFESTO” del 3 luglio 2021 di Alfonso Gianni

Dunque Draghi avrebbe compiuto un miracolo. Così potrebbe sembrare a giudicare dalla pletora di lodi che gli cascano sul capo, provenienti da parti che dovrebbero essere opposte, almeno sul tema dei licenziamenti, che per gli uni, i padroni, sono l’implementazione più potente del loro potere di comando, per gli altri, i lavoratori, una questione di sopravvivenza. Specialmente dentro una crisi che li ha decimati e impoveriti.

Ma chi non crede ai miracoli dovrebbe porsi seriamente la domanda su chi è uscito vincente da quelle sette righe e mezzo che costituiscono l’avviso comune firmato da governo e sindacati, con l’intervento determinante della Confindustria. Il più enfatico nel celebrare “l’abilità e la fermezza dimostrata dal presidente Draghi” è senz’altro Carlo Bonomi.

Ma il capo di Confindustria non si ferma lì. Va ben oltre. Ascrive alla sua organizzazione il merito di tornare a quello che quest’ultima aveva chiesto a settembre, “un grande Patto per l’Italia”, tale da potersi configurare come “una visione sul futuro” e nell’immediato condizionare il contenuto del testo governativo più volte annunciato sulla riforma degli ammortizzatori sociali.

Anche i dirigenti sindacali cantano vittoria. Un poco più sobriamente la Cgil che comunque ascrive il merito del “passo in avanti” alla mobilitazione dei lavoratori indetta precedentemente e all’unità tra le confederazioni sindacali. Tema su cui si allinea anche la Uil. Mentre la Cisl vede la ridiscesa in campo della concertazione. Argomento su cui insiste anche Enrico Letta. Quindi tutti vincitori? Non è così e purtroppo la bilancia non pende dalla parte delle organizzazioni dei lavoratori. Come si ricorderà la vicenda era entrata nel vivo quando il ministro Orlando aveva minacciato addirittura le dimissioni peraltro senza essere sostenuto dal suo stesso partito e perciò subito rientrate.

Dal Consiglio dei Ministri era uscita una soluzione che presentava per il padronato un’alternativa dove esso era vincente in entrambi i casi. O utilizzare la cassa integrazione ordinaria in modo gratuito, oppure licenziare senza l’intervento della Cig. La cosa non poteva essere digerita dai sindacati. Da qui il ricorso a manifestazioni in tre capoluoghi e la richiesta pressante di un incontro a Palazzo Chigi. Quell’incontro durato sette ore si è concluso però con un testo, la cui natura giuridica è alquanto incerta, entro il quale la parola introdotta per volere confindustriale ne spostava il senso verso la direzione decantata da Bonomi.


Non bisogna essere dei principi del foro per capire che un conto è un impegno a utilizzare strumenti alternativi ai licenziamenti, peraltro da definirsi in buona parte in un futuro decreto-legge, un altro è l’impegno a “raccomandare” un simile utilizzo.
La soluzione, già non fortissima nel primo caso, perde di ogni forza cogente nella versione finale. Alla fine delle votazioni, solitamente di conversione di decreti-legge, i governi assumono come “raccomandazione” gli ordini del giorno presentati, liberandosi così di noiose votazioni e di qualunque impegno a rispettarli.

Nel migliore dei casi si può avvicinare il significato della “raccomandazione” a quello della moral suasion, i cui esiti, anche quando è stata agita da Presidenti della Repubblica, sono sempre stati meno che insoddisfacenti. In ogni caso in quelle sette righe non si prevede alcuna forma di sanzione, persino difficile da immaginare, nel caso che la raccomandazione non venga accolta. Una cosa è certa: con quel testo i licenziamenti non sono scongiurati e ci vorrà un conflitto ben maggiore e più esteso di quello finora messo in atto se si vorrà evitare il disastro sociale. Tanto più che l’offensiva di Confindustria non si ferma qui. Purtroppo le parole di Bonomi non sono pronunciate a caso.

Il nesso che stabiliscono tra quell’avviso comune e la riforma degli ammortizzatori sociali è che in questa ultima, secondo Confindustria, non vi dovrà essere alcun obbligo reale e sanzionabile di usare gli ammortizzatori sociali come alternativi ai licenziamenti in nome di quell’avviso comune – promosso così quasi al livello di nuova fonte legislativa – “dove si parla di principi condivisi” per realizzare quella riforma. Anzi, stando a quanto riferiva ieri il fedele Sole24 Ore, Bonomi vuole rovesciare il rapporto fra uso degli ammortizzatori e cessazione del rapporto di lavoro, dal momento che considera “l’avviso comune … che non c’era la necessità di un blocco [dei licenziamenti] dal momento che si hanno a disposizione tutti gli strumenti, soprattutto la possibilità di 52 ore di cassa integrazione”.


Un mondo rovesciato, dove la Cig non è più al servizio del superamento di momentanee difficoltà di mercato o di processi di ristrutturazione e di tutela della continuità del rapporto di lavoro, ma il suo contrario, ovvero il mantenimento della possibilità di licenziare. La Confindustria non intende limitarsi, come ha fatto, alla telefonata al tavolo governo-sindacati per suggerire la formulazione finale dell’avviso comune, ma vuole fare irruzione, almeno metaforicamente, nella sala del Consiglio dei ministri dettando le linee del provvedimento governativo. E così intende lo stesso Pnrr, ove la “partnership pubblico-privato” diventa il riempimento del primo con gli interessi e i progetti del secondo. Se non si vuole il peggio, i tempi sono maturi per l’apertura di un conflitto generale.

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banda http://www.adelebox.it/