mercoledì 7 dicembre 2016

ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DI RIFONDAZIONE COMUNISTA



Alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista
Pubblicato il 6 dic 2016
In queste ore di gioia immensa per la vittoria del NO nel referendum sentiamo il dovere di rivolgere a tutte le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista un grandissimo ringraziamento per l’impegno profuso in questa lunghissima campagna.
La vittoria referendaria ha una portata storica. Siamo riusciti a mettere in salvo la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza che i comunisti hanno sempre considerato “la più grande conquista che la classe operaia e il nostro popolo abbiano realizzato”. E’ una vittoria della democrazia contro il neoliberismo. E’ una vittoria popolare contro una svolta autoritaria che avrebbe segnato negativamente i prossimi decenni. E’ stato respinto il tentativo di indirizzare verso la Costituzione il malessere suscitato dall’austerity neoliberista nella società italiana e in particolare tra i ceti popolari.
Alcuni mesi fa la gran parte della stampa e dei commentatori politici pensavano che il referendum sarebbe stato il plebiscito per una leadership politica sostenuta dal capitalismo italiano, dalla finanza internazionale, dalla troika, praticamente da tutti i poteri forti, e da un coro mediatico che non si era mai visto. E’ accaduto quello che pochi pensavano possibile. Possiamo essere orgogliose/i di aver contribuito a questa lotta e a questa vittoria.
Abbiamo fin dall’inizio individuato nella difesa della Costituzione il terreno centrale di impegno su cui concentrare tutte le nostre energie e intelligenze. Lo abbiamo fatto con la consapevolezza che l’operazione renziana aveva un netto segno di classe e che la campagna per contrastarla poteva risultare vincente solo se assumeva un carattere sociale connettendo il discorso costituzionale ai diritti delle persone in carne e ossa.
In tutta Italia siamo stati presenti e attivi in centinaia di comitati locali, abbiamo dato un contributo nelle organizzazioni di massa e nei movimenti, abbiamo promosso ovunque iniziative di partito. Abbiamo contribuito in maniera determinante a garantire la presenza di migliaia di rappresentanti del NO ai seggi, permettendo a circa 60.000 giovani fuori sede di votare. Un lavoro militante che conferma che il nostro partito rappresenta un patrimonio di passione civile, di saper fare organizzativo, di cultura politica vitale e utile. Ancora una volta il terreno unitario si è dimostrato per i comunisti indispensabile e naturale. Lo dimostra il ruolo svolto nei comitati per il NO, nel coordinamento per il NO sociale, con L’Altra Europa. L’impegno di tante/i nell’ANPI e nei sindacati che hanno appoggiato il NO.
La lunga campagna referendaria e lo stesso risultato dimostrano che nel nostro paese vi è un’ampia disponibilità a ritrovarsi su una piattaforma di difesa e allargamento della democrazia e di opposizione al neoliberismo saldamente piantata nei principi costituzionali e nella memoria dell’antifascismo e del movimento operaio. I fatti danno sempre più ragione alle posizioni che abbiamo tenuto spesso in isolamento e circondati da incomprensione. Altre opzioni politiche sono evaporate o si rivelano inconsistenti.
Senza pretendere di essere depositari di verità irrefutabili, possiamo affermare che se le nostre proposte per unire in forme democratiche la sinistra sociale e politica in una soggettività alternativa al PD avessero incontrato maggiore ascolto oggi saremmo nelle condizioni anche in Italia di proporre a milioni di persone che hanno espresso un NO democratico, popolare, di sinistra un progetto su cui ritrovarsi. La vittoria del NO dimostra che questo paese non è normalizzato e che il nostro progetto politico deve essere riproposto con rinnovata determinazione. Per le comuniste e i comunisti c’è un gran lavoro da fare in questa direzione, a partire dall’assemblea che a Roma si terrà domenica 11 ed a cui dobbiamo partecipare attivamente.
Abbiamo percorso una lunga e faticosa strada, con enorme pazienza e grandi perdite. I prossimi mesi saranno decisivi e il contributo del nostro partito sarà determinante per valorizzare e non disperdere le potenzialità del risultato di domenica.
Teniamo duro e rilanciamo: facciamo tesoro della vittoria per continuare la lotta.
Grazie a tutte e tutti!
W la Costituzione nata dalla Resistenza!
La segreteria nazionale di Rifondazione Comunista

martedì 6 dicembre 2016

DATI REFERENDUM 4 DICEMBRE 2016 A VIMODRONE


  



















IL PARTITO DELLA SINISTRA EUROPEA DA IL BENVENUTO ALLA VITTORIA DEL NO


Il Partito della Sinistra Europea (PIE) dà il benvenuto alla vittoria del NO nel referendum italiano
Con una maggioranza del 65,5%, il popolo italiano ha respinto il tentativo autoritario di riformare la Costituzione effettuato dal governo Renzi. ll No ha prevalso con il 59,1% dei voti (19.419.507 voti contro 13.432.208).
La riforma Renzi era stata approvata da un parlamento eletto con una legge, dichiarata successivamente incostituzionale dalla Corte Costituzionale, che nel 2013 diede al Pd il 55% dei seggi, con solo il 28% dei voti.
La riforma costituzionale è stata approvata senza alcun accordo con l’opposizione e anche contro la minoranza del suo partito.
Pertanto, il Partito della Sinistra Europea (PIE) dà il benvenuto alla vittoria del NO e alla sconfitta di questa riforma antidemocratica.
Il vincitore di questo referendum non è solo un partito o un movimento, ma una vittoria del popolo italiano, della democrazia. Ha vinto la Costituzione italiana e il suo spirito democratico contro un tentativo di sovvertirla ispirato dall’autoritarismo delle oligarchie.
Ci congratuliamo con Rifondazione Comunista, Altra Europa e le più grandi organizzazioni popolari della sinistra italiana, come la Cgil, l’associazione partigiani ANPI, l’ARCI e molte altre organizzazioni e cittadini della sinistra, che sono stati in prima linea nella campagna per il No. In nome della difesa della Costituzione nata dalla resistenza contro il fascismo.
E’ anche significativo il fatto che la stragrande maggioranza dei giovani ha respinto la riforma.
Nei prossimi giorni e ore, il nostro obiettivo sarà quello di sostenere il lavoro dei nostri compagni italiani per unire la sinistra che ha votato per il NO, per presentare al popolo italiano un’alternativa alle forze di destra e xenofobe e all’agenda neo-liberista di Renzi e del Partito Democratico .

venerdì 2 dicembre 2016

LETTERA DI SMURAGLIA (ANPI) AGLI ELETTORI ED ALLE ELETTRICI


Smuraglia (ANPI) agli indecisi: “Se vincerà il Sì sarà un disastro per l’intero sistema istituzionale, con lo stravolgimento della volontà dei Costituenti”

Cara elettrice e caro elettore, io spero vivamente che tu abbia letto attentamente la legge di riforma del Senato; per parte mia ho la coscienza a posto per averla illustrata e spiegata, nei suoi contenuti essenziali, in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, in tutti i luoghi che le mie forze mi hanno consentito di raggiungere. A questo punto, posso solo riassumere: bisogna bocciare questa riforma perché crea un soggetto “mostruoso”, un Senato non più eletto dai cittadini, occupato da Senatori eletti (non si sa bene come) dai Consiglieri regionali che manterranno la loro funzione originaria di Consigliere o di Sindaco e dunque svolgeranno il fondamentale lavoro legislativo part time (cioè, in modo impossibile); che sarà “a porte scorrevoli” perché non avrà una durata precisa come la Camera, ma vedrà i Senatori decadere all’atto del venir meno, per qualsiasi motivo, dell’organismo da cui sono stati eletti; che avrà troppe funzioni per la sua stessa composizione e troppo poche per essere una vera Camera (che, in teoria, dovrebbe essere “alta”); che insomma, non potrà funzionare. E se ciò avverrà, come è certo, non si potrà fare con la sola Camera, ma bisognerà rimettere mano alla riforma costituzionale, con tutto l’iter previsto dalla legge.
Un Senato che costerà meno (poco meno, non più di 50 milioni, come dice la Ragioneria dello Stato), ma che conterà poco o nulla, non funzionerà da “contropotere” come vuole la Costituzione; tuttavia i suoi componenti godranno della “immunità” come gli altri (veri) parlamentari, senza alcuna valida giustificazione. Un Senato che non sarà la Camera delle Regioni, perché non è questo il modello del Senato delle autonomie (vedi Germania, Austria, etc.) non essendo dotato di alcuna reale rappresentatività del territorio e degli enti territoriali.
Insomma, con un colpo solo (tenendo conto della legge elettorale tuttora vigente) finiremo per avere una Camera che fa tutto ed ha tutti i poteri, dominata dal partito che ha vinto le elezioni ed ha avuto il vistoso premio di maggioranza, e dal suo stesso “Capo” (il cui nome deve essere preventivamente indicato da chi si candida a governare).

Questo, in estrema sintesi, ciò che ci viene prospettato e che si realizzerà se vincerà il SI’, con conseguente disastro per l’intero sistema istituzionale, con totale stravolgimento di quella che fu la volontà della Costituente.
Ma del merito, come avrai notato, se n’è parlato ben poco (salvo che da parte nostra), essendosi preferito dal Governo e dal Partito di maggioranza ricorrere piuttosto ad altri “argomenti”, ai quali i cittadini – secondo il pensiero, appunto, di chi ha promosso queste riforme – dovrebbero essere più sensibili.
Vale dunque la pena di riflettere un momento proprio su questi temi maggiormente “sensibili”:
-          la riduzione dei parlamentari – se ce ne fosse realmente bisogno, l’operazione logica sarebbe quella di ridurre proporzionalmente i Deputati e i Senatori. Se si eliminassero duecento Deputati e cento Senatori, la proporzione ci sarebbe e il “risparmio” sarebbe maggiore, visto che si eliminerebbero trecento parlamentari anziché duecento come proposto. Ma nessuno ha chiarito perché deve essere penalizzato solo il Senato.
 -  la diminuzione dei costi della politica – si tratta di un appello al peggior populismo ed al peggior tipo di antipolitica. In realtà, i “risparmi” sarebbero modestissimi, mentre è pacifico che la cattiva politica ci costa non tanto in termini economici, quanto in termini etico-politici. Costano assai di più la corruzione, il trasformismo, le collusioni con la criminalità organizzata, gli abusi di potere, i conflitti di interesse, tutti i mali di questa politica, che devono essere corretti in ben altro modo, rendendoci conto che la politica è il sale della democrazia, ma per esserlo deve essere contrassegnata da eticità, rispetto dell’interesse pubblico e dei cittadini, promozione (vera) della partecipazione.
 -  gli effetti della vittoria del SI’ – secondo i fautori della riforma sarebbero soprattutto la stabilità e la governabilità; ma nessuno dei due può costituire un mito. Entrambi dipendono dalla “buona politica”, dal rispetto dei princìpi e dei valori costituzionali, dall’esistenza di partiti che lavorino non per sé, ma per il bene comune. In ogni caso, la governabilità e la stabilità non possono essere realizzati a danno dei diritti dei cittadini e, in particolare, del loro diritto alla rappresentanza e alla partecipazione.
 -  gli effetti economici – se vince il SI’ ci promettono una vita migliore. Ma quale? L’Italia continua ad essere il fanalino di coda, in Europa, per quanto riguarda la ripresa, lo sviluppo, la ricerca e l’innovazione. Non si è intravisto e non si intravede un piano, un programma di rilancio del Paese, per lo sviluppo dell’occupazione, per il rilancio delle imprese, per il miglioramento delle condizioni di vita, per la messa in sicurezza del territorio. Si continuerebbe semplicemente a dire che gli investimenti non ci sono per colpa del costo del lavoro, quando è a tutti noto che non si investe per timore di una lenta ed obsoleta burocrazia e di una prepotente criminalità organizzata.
Ma, vi obbietteranno, se vince il NO sarà un disastro, per l’economia, per la stabilità, per il “salto nel buio” che ne deriverà immediatamente.
Cominciamo da quest’ultimo.
 - Il salto nel buio – perché? Se vince il NO, non si fa una brutta e dannosa riforma e si va avanti. Non si bloccano le riforme per sempre, perché se c’è qualche cosa da modificare e se c’è la volontà politica, lo si può sempre fare, cercando di trovare soluzioni che uniscano e non siano divisive come queste. L’Italia resta la stessa, con tutti suoi problemi da risolvere. Il Governo, di per sé, resta in carica, perché l’esito di un referendum non obbliga mai nessuno a ritirarsi. Lo dice, talvolta il nostro Premier; ma è qualcosa che sa di minaccia, o, peggio, di ricatto. In ogni caso, chi decide è il Presidente della Repubblica, cui spetta dare l’incarico, se occorre; e spetta al Parlamento, dove ogni governo sopravvive fin che ha la fiducia. Dunque, non c’è nessun salto nel buio, neppure se Renzi facesse le bizze e si rifiutasse di fare un “governicchio” (chissà perché). La decisione spetterebbe sempre –come già detto – al Presidente, persona notoriamente affidabile e sensata; ed eventualmente, in seguito, al Parlamento.
 -  Lo scenario economico – Si prefigurano disastri a non finire, Borse che crollano, Banche che falliscono, l’economia a rotoli. Tutte panzane, grosse come case. E dovrebbe farvi avvertiti proprio il fatto che siano i “poteri forti” a prospettare simili catastrofi, solo per indurvi a votare a favore della riforma. In realtà, loro sperano che le cose vadano avanti così, anche con l’attuale stagnazione; il nostro interesse di cittadini va invece in direzione contraria: vogliamo solo che si esca dalla stagnazione, che i giovani non siano più costretti a cercare lavoro all’estero, che ci siano meno disuguaglianze e più giustizia sociale. È questo che paventano J.P. Morgan e gli altri? Peggio per loro, perché se vince il NO, non accadrà null’altro se non che ci metteremo al lavoro, tutti, con maggior determinazione e speranza, per attuare il dettato della Costituzione, per rilanciare ed avviare il Paese alla rinascita. È questo il nostro interesse ed è logico che contrasti con quello di chi vuole dominare il mondo con le regole del mercato, della libera concorrenza e dell’economia.
Il referendum, con tutto questo, non c’entra in nessun modo. D’altronde, non a caso, si sono moltiplicate, nell’ultimo periodo, le voci – anche all’estero – che si esprimono in senso contrario (per tutti, basta leggere l’Economist, oltre ad un bell’articolo apparso perfino sulle colonne del Financial Times, che si esprime in senso nettamente diverso, rispetto alla linea del giornale e sostiene che la vittoria del No non cambierebbe nulla.
 - La perdita di ciò che si ha – Vi sono alcuni, specialmente anziani, che temono di perdere – in caso di vittoria del NO – quel poco di cui dispongono. Una singolare preoccupazione da parte di chi ha tutto da temere, invece, dalle politiche che si fondano sulle mance, sui regali temporanei, senza garantire nulla di concreto né agli anziani, né ai giovani. Ancora una volta, il NO non c’entra nulla con tutto questo e l’invito che rivolgo è quello di non farsi travolgere da argomenti interessati a tutt’altro, pretestuosi e in buona parte, falsi.
Ho lasciato per ultimo il riferimento agli innamorati del fare. Ne sento non pochi, in giro, predicare che bisogna “fare”, non bisogna essere conservatori, e così via. Si può rispondere con facilità: “fare” è positivo solo se è “far bene”; Il fare a tutti i costi e comunque non è di per sé un vantaggio. Ma soprattutto questo vale quando si tratta di mettere mano alla Costituzione. La Carta costituzionale è il nostro bene più prezioso, la “tavola” che ci consente di convivere civilmente, di aspirare al progresso, di colmare le disuguaglianze, di rendere effettivi i diritti.
Ad essa bisogna avvicinarsi con rispetto ed attenzione, non con l’impazienza di portare a casa un “trofeo” che – oltretutto – sarebbe dannoso proprio per il funzionamento democratico delle nostre istituzioni.
Una recente vicenda dovrebbe essere ammonitrice. Il Governo si è molto gloriato di aver fatto la riforma della Pubblica Amministrazione. Di per sé una buona cosa, se fatta bene; ma ora la Corte costituzionale l’ha bocciata perché non rispetta i princìpi fondamentali della Carta costituzionale. È questo il “fare” che non serve e che è solo apparenza. Dunque, a chi vuol “fare” a tutti i costi ed a qualunque prezzo, è giusto rispondere, ancora una volta, di NO!
Un caro saluto a tutte e a tutti, nella speranza che riflettiate a lungo prima di mettere il vostro segno sulla scheda, rendendovi conto che state compiendo un atto importante per il presente ed il futuro vostro e delle vostre famiglie, ma soprattutto dei giovani.

Carlo Smuraglia, presidente Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

giovedì 1 dicembre 2016

RAI 1 - ORE 20.30 - SPECIALE REFERENDUM - PAOLO FERRERO SEGRETARIO P.R.C.


DON LUIGI CIOTTI - TOMMASO MONTANARI - ALESSANDRA ALGOSTINO - LIVIO PEPINO - IO DICO NO!

Io dico NO

È tempo di referendum. Anche sulle modifiche costituzionaliimposte dal Governo Renzi e sul nuovo sistema elettorale. L’esito inciderà profondamente sulle regole della democrazia e sulla vita quotidiana dei cittadini.
«Dire No» è un esercizio di sovranità consapevole, un gesto di resistenza contro l’autoritarismo, la prevaricazione, l’attacco ai diritti di tutti. È una scelta per una società migliore.
I quattro autori, esponenti della società civile analizzano quali sono, fuori dagli slogan del governo, le vere implicazioni della riforma e quali sarebbero le conseguenze, nel lungo e nel breve periodo, sulla vita politica e sociale del Paese.
I contributi:
Un progetto contro la democrazia 
di Alessandra Algostino(docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino).
Falsi e verità su Italicum e Costituzione di Livio Pepino (già magistrato, presidente del Controsservatorio Val Susa).
Ladri di sovranità di Tomaso Montanari(docente di Storia dell’arte presso l’Università Federico II di Napoli).
Dal “no” a un impegno collettivo di Luigi Ciotti (presidente del Gruppo Abele e di Libera).
Price: 5,00 €

sabato 26 novembre 2016

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE COMANDANTE FIDEL



Il Fidel che ho conosciuto - di Ignacio Ramonet
Fidel è morto, ma è immortale. Pochi uomini hanno conosciuto la gloria di entrare da vivi nella leggenda e nella storia. Fidel è uno di loro. Apparteneva a quella generazione di ribelli mitici – Nelson Mandela, Patrice Lumumba, Amilcar Cabral, Che Guevara, Camilo Torres, Turcios Lima, Ahmed Ben Barka – che, perseguendo un ideale di giustizia, si sono gettati negli anni cinquanta nell’azione politica, con l’ambizione e la speranza di cambiare un mondo di disuguaglianze e discriminazioni, segnati dall’inizio della guerra fredda tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. - In quell’epoca, in più della metà del pianeta, in Vietnam, in Algeria, in Guinea-Bissau, i popoli oppressi si ribellavano. L’umanità era in gran parte ancora sottomessa l’infamia della colonizzazione. Quasi tutta l’Africa e buona parte dell’Asia erano ancora dominate, asservite ai vecchi imperi occidentali.
Mentre le nazioni dell’America Latina, in teoria indipendenti da un secolo e mezzo, erano sfruttate da minoranze privilegiate, oggetto di discriminazione sociale ed etnica, e spesso sottoposte a dittature sanguinarie protette da Washington. - Fidel ha resistito all’aggressione di addirittura dieci presidenti americani (Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton e Bush figlio). Ha intrattenuto rapporti con i leader chiave che hanno segnato il mondo dopo la seconda guerra mondiale (Nehru, Nasser, Tito, Krusciov, Olof Palme, Ben Bella, Boumedienne, Arafat, Indira Gandhi, Salvador Allende, Breznev, Gorbaciov, Mitterrand, Giovanni Paolo II, il re spagnolo Juan Carlos, ecc.). E ha incontrato alcuni dei più importanti intellettuali e artisti del suo tempo (Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Arthur Miller, Pablo Neruda, Jorge Amado, Rafael Alberti, Guayasamín, Cartier-Bresson, José Saramago, Gabriel Garcia Marquez, Eduardo Galeano, Noam Chomsky, ecc.). - Sotto la sua guida, il suo piccolo paese (100 mila km quadrati, 11 milioni di persone) ha potuto condurre una politica da grande potenza a scala mondiale, sfidando gli Stati Uniti, i cui capi non sono riusciti o eliminarlo, o a cambiare il corso della rivoluzione cubana. Infine, nel dicembre 2014, hanno dovuto ammettere il fallimento delle loro politiche anti-cubane, la loro sconfitta diplomatica e avviare un processo di normalizzazione che comprende il rispetto per il sistema politico cubano. -
Nell’ottobre del 1962, la terza guerra mondiale fu sul punto di esplodere a causa dell’atteggiamento del governo degli Stati Uniti che protestava contro l’installazione di missili nucleari sovietici a Cuba, la cui funzione era, soprattutto, di evitare un altro sbarco armato come quello di Playa Giron (la Baia dei Porci) o qualcos’altro del genere direttamente organizzato dalel forze armate degli Stati Uniti per rovesciare la rivoluzione cubana. - Da oltre 50 anni, Washington (nonostante il ripristino delle relazioni diplomatiche) impone a Cuba un devastante embargo commerciale – rinforzato dalle leggi Helms-Burton e Torricelli negli anni novanta – che ostacolano uno sviluppo economico normale. Con conseguenze tragiche per gli abitanti. Washington continua anche a condurre una guerra ideologica permanente contro L’Avana attraverso la potente radio “Martí” e TV “Marti”, installate in Florida per inondare Cuba di propaganda come nei giorni peggiori della guerra fredda. - Inoltre, diverse organizzazioni terroristiche – Alpha 66 e Omega 7 – ostili al regime cubano, hanno sede in Florida, dove hanno campi di addestramento, e da dove hanno inviato regolarmente, con la complicità passiva delle autorità statunitensi, commando armati a commetetre attentati. Cuba è il paese che ha avuto più vittime (circa 3.500 morti) e che più ha sofferto del terrorismo negli ultimi 60 anni. - Di fronte a così forte e così permanente attacco, le autorità cubane hanno predicato, all’interno, l’unione ad ogni costo. E hanno applicato a modo loro il vecchio motto di Sant’Ignazio di Loyola: “In una fortezza assediata, ogni dissidenza è tradimento”. Ma non c’è mai stato, fino alla morte di Fidel, nessun culto della personalità.
Né ritratto ufficiale o statua, o simbolo, o moneta, o strada, o un edificio o un monumento con il nome o la figura di Fidel, o uno qualsiasi dei capi della rivoluzione ancora viventi. - Cuba, un piccolo paese aggrappato alla sua sovranità, ha ottenuto sotto la guida di Fidel Castro, nonostante le vessazioni esterne permanenti, risultati eccezionali nello sviluppo umano: abolizione del razzismo, emancipazione delle donne, sradicamento dell’analfabetismo, drastica riduzione della mortalità infantile, aumento del livello culturale generale… nell’educazione, la salute, la ricerca medica e lo sport, Cuba ha raggiunto livelli che lo collocano nel gruppo delle nazioni più avanzate. - La sua diplomazia rimane una delle più attive al mondo. L’Avana, negli anni sessanta e settanta, ha appoggiato le guerriglie che combattevano in molti paesi dell’America Centrale (El Salvador, Guatemala, Nicaragua) e del Sud America (Colombia, Venezuela, Bolivia, Argentina). Le forze armate cubane hanno partecipato a campagne militari di grande importanza, soprattutto in Etiopia e Angola. Il loro intervento in quest’ultimo paese ha causato la sconfitta delle divisioni d’élite della Repubblica del Sud Africa, ciò che indiscutibilmente ha accelerato la caduta del regime razzista dell’apartheid. - La Rivoluzione cubana, della quale Fidel Castro è stato l’ispiratore, il teorico e il leader, continua ad essere, grazie ai suoi successi e nonostante i suoi difetti, un importante riferimento per milioni di diseredati del pianeta. Qui o là, in America Latina e in altre parti del mondo, uomini e donne protestano, lottano e talvolta muoiono cercando di creare regimi ispirati al modello cubano. -
La caduta del muro di Berlino nel 1989, il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 e il fallimento storico del socialismo di stato non cambiarono il sogno di Fidel Castro di stabilire a Cuba una società di tipo nuovo, più giusta, più sana, più istruita, senza privatizzazioni o discriminazioni di alcun tipo, e con una cultura globale totale. - Fino alla vigilia della sua morte a 90 anni, è rimasto in trincea, in difesa dell’ecologia e dell’ambiente, e contro la globalizzazione neoliberista, a condurre la battaglia per le idee in cui credeva e a cui niente e nessuno lo ha costretto a rinunciare. - Nel panteon mondiale dedicato a coloro che con più impegno hanno combattuto per la giustizia sociale e profuso più solidarietà in favore degli oppressi della Terra, Fidel Castro – piaccia o no ai suoi detrattori – ha un posto sicuro. - L’ho conosciuto nel 1975 e ho conversato con lui in molteplici occasioni, ma, per un lungo periodo di tempo, in circostanze sempre molto professionali, in occasione di reportage dall’isola o la partecipazione a qualsiasi conferenza o un evento. Quando abbiamo deciso di scrivere il libro “Fidel Castro. Biografia a due voci” (o “Cento ore con Fidel”), mi ha invitato ad accompagnarlo per giorni in diversi viaggi. Sia a Cuba (Santiago, Holguin, L’Avana) che all’estero (Ecuador). In auto, in aereo, a piedi, a pranzo o cena, abbiamo parlato a lungo. Senza un registratore. Di tutti i possibili argomenti, notizie del giorno, delle sue esperienze passate e delle sue preoccupazioni presenti. Conversazioni che poi ricostruivo a memoria nei miei taccuini. Poi, per tre anni, ci siamo incontrati molto spesso, almeno per qualche giorni, una volta ogni tre mesi. - Ho scoperto così un Fidel intimo. Quasi timido. Molto gentile. Che ascoltava con attenzione ogni interlocutore. Sempre attento agli altri, e in particolare ai suoi collaboratori. Non ho mai sentito una sua parola più alta delle altre. Mai un ordine.
Con modi e gesti di cortesia d’altri tempi. Un gentiluomo. Con un alto senso del rispetto di sé. Che viveva, così ho potuto vedere, in modo spartano. Mobili austeri, cibo sano e frugale. Uno stile di vita da monaco-soldato. - La sua giornata di lavoro di solito si concludeva alle sei o sette di mattina quando il giorno spuntava. Più di una volta ha interrotto la nostra conversazione alle due o tre del mattino, perché doveva ancora di partecipare ad “incontri importanti”… Dormiva solo quattro ore, più, di tanto in tanto, una o due ore, in un qualsiasi momento della giornata. - Ma era anche un grande mattiniero. E instancabile. Viaggi, trasferimenti, riunioni si susseguivano senza tregua. In un ritmo serrato. I suoi assistenti – tutti i trentenni giovani e brillanti – erano alla fine della giornata, esausti. Dormivano in piedi. Incapaci di tenere il passo con quel gigante infaticabile. - Fidel reclamava memo, report, notizie, statistiche, sintesi di televisione o radio, telefonate… Non smetteva un momento di pensare, rimuginare. Sempre attento, sempre in azione, sempre a capo di un piccolo stato maggiore – i suoi assistenti – per combattere una nuova battaglia. Sempre con idee nuove. Pensare l’impensabile. Immaginare l’inimmaginabile. Con una spettacolare audacia mentale.
Una volta definito un progetto, nessun ostacolo lo fermava. La sua realizzazione andava da sé. “L’intendenza seguirà”, diceva Napoleone. Fidel lo stesso. Il suo entusiasmo catturava l’adesione. Suscitava le volontà. Come un fenomeno quasi magico, si vedevano materializzarsi idee, diventare fatti palpabili, cose, eventi. - La sua abilità retorica, così spesso descritta, era prodigiosa. Fenomenale. Non parlo dei suoi discorsi pubblici, ben noti. Ma di una semplice conversazione a cena. Fidel era un torrente di parole.
Una valanga. Che accompagnava con i gesti delle sue mani sottili. - Gli piacevano la precisione, l’accuratezza, la tempestività. Con lui, nessuna approssimazione. Una memoria prodigiosa, una precisione insolita. Travolgente. Così ricca che a volte sembrava impedirgli di pensare in modo sinteticoe. Il suo pensiero era una fioritura di concetti. E tutto era concatenato. Tutto aveva a che fare con tutto. Digressioni costanti. Parentesi permanenti. Lo sviluppo di un tema lo portava, per associazione, per la memoria di quel certo dettaglio, situazione o personaggio, a evocare un tema parallelo, e un altro, e un altro, e un altro. E si allontanava dal tema centrale. A tal punto che l’interlocutore temeva avesse perso il filo. Ma poi ripercorreva i suoi passi, e tornava ad afferrare, con sorprendente facilità, l’idea principale.
In nessun momento, in più di un centinaio di ore di colloqui, Fidel ha messo un limite qualunque ai temi da affrontare. Come l’intellettuale che era, e di un calibro considerevole, non temeva il dibattito. Al contrario, lo chiedeva, lo stimolava. Sempre pronto a disuptare con chiunque. Con molto rispetto per l’altro.
Con molta attenzione. Ed era un ragionatore e un polemista formidabile. A cui ripugnavano solo la mala fede e l’odio.

Traduzione di Pierluigi Sullo - Fonte: Il manifesto Bologna



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