giovedì 24 novembre 2016

TORTORELLA - IL NO E' UNA GARANZIA PER L'AVVENIRE

Il NO è una garanzia per l’avvenire


Questo testo è l’intervento inviato all’Anpi di Perugia. Ai più giovani ricordiamo che Aldo Tortorella è stato uno dei dirigenti del PCI più vicini a Enrico Berlinguer. Una breve scheda biografica del partigiano Aldo Tortorella la trovate sul sito dell’ANPI.

Care compagne e cari compagni, un malanno invernale, complice l’età, mi impedisce di essere oggi con voi come avrei desiderato per dirvi innanzitutto tutta la mia indignazione per il modo con cui si viene svolgendo questa campagna referendaria da parte di coloro che oggi hanno il governo del Paese. Trovo scandaloso che i pubblici poteri siano impegnati ad alimentare con ogni mezzo compresi quelli meno leciti una campagna di disinformazione e di falsità. La televisione in ogni ora del giorno e della notte è occupata da questo presidente del consiglio il quale con tutti i problemi che ci sono non ha altro da fare che saltare da un programma all’altro o da un palco all’altro palco a far la sua propaganda e a propagandare se stesso.
Più che un uomo di governo abbiamo un attore televisivo, oltre che uno studente bocciato dal suo professore di diritto costituzionale.
Dire che il maggiore problema della repubblica è la presunta lentezza legislativa dovuta al bicameralismo è una favola. In Italia si fanno anche troppe leggi e il guaio è che spesso sono leggi sbagliate. E molte leggi sbagliate sono state e vengono approvate anche troppo rapidamente come è accaduto e accade alle leggi governative definite decreti d’urgenza. Il primato spetta alla sciagurata legge Fornero sulle pensioni approvata in 16 giorni. Tutti i decreti-legge di questo governo sono passati in meno di 44 giorni. Il presidente del consiglio dunque mente sapendo di mentire quando dice che vuole questo stravolgimento della Costituzione per fare presto. Ha fatto anche troppo presto con molte misure dannose per i lavoratori e per il paese.
Sono le leggi di iniziativa parlamentare ad andare lentamente ma il motivo sta non nel bicameralismo ma nelle liti interne alle maggioranze. Un esempio: la legge anticorruzione d’iniziativa parlamentare ha impiegato 798 giorni per essere approvata e cioè due anni e due mesi e si capisce perché: non andava mai abbastanza bene a questo o a quel gruppo di maggioranza. Due anni e due mesi per annacquarla e sciacquarla fino a renderla la più innocua possibile.
La verità è che si vuole una Camera che conti eletta con sistema ultramaggioritario per dare più potere al governo di imporre la propria volontà sopra e contro la rappresentanza popolare. Questa contro riforma della Costituzione stabilisce che il governo ha la priorità su tutte le leggi del suo programma e non più solo sui decreti d’urgenza e ha il potere di fissare il tempo massimo di discussione, 70 giorni. Con questo sistema inaudito in qualsiasi regime liberal-democratico il governo diventerebbe il padrone della rappresentanza parlamentare a sua volta truccata. Già oggi la Camera è eletta con un sistema maggioritario, quello del porcellum, che ha dato la maggioranza assoluta alla coalizione di centro sinistra arrivata di poco avanti alla destra. E la nuova legge elettorale già in vigore è ancora peggio, anche se ora si sono accorti che può essere disastrosa. Dopo avere giurato sulla sua bontà e averla imposta con tre voti di fiducia ora dicono di volerla cambiare, ma senza toccare il maggioritario. Per difendere la loro controriforma , dicono anche il Pci alla costituente era per una sola camera. Certo, ma con il parlamento “specchio del Paese” e cioè con la legge elettorale proporzionale. E poi il Pci accettò il bicameralismo perché intese che era una garanzia in più nel duro periodo che si veniva aprendo con la rottura dell’unità antifascista e con la guerra fredda iniziata proprio nel 1947, mentre si lavorava alla Costituzione. E comunque, secondo il Pci, il Senato doveva essere eletto dal popolo.
Dunque il presidente del consiglio imbroglia sapendo di imbrogliare quando dice che non ha toccato i poteri del presidente del consiglio. Non li ha toccati perché ha toccato e esaltato il potere del governo e dunque del capo partito che lo guiderà. Già oggi lui governa come espressione di una minoranza del 29 per cento dei voti contro le opposizione che rappresentano il doppio. E con la sua controriforma, domani, un capo partito che può essere un qualsiasi seguace nostrano di Trump o di Le Pen o qualche altro avventuriero può ancor più di lui spadroneggiare l’Italia. Con le mani di un partito formalmente di centro sinistra si prepara la via al peggio, come successe negli anni 20 del ‘900 al Parlamento della Repubblica democratica di Weimar nata dal crollo dell’impero tedesco seguìto alla prima guerra mondiale. Essendoci molti disordini di piazza, il Parlamento democratico tedesco stabilì che in caso di stato d’eccezione le garanzie costituzionali potevano essere sospese. La coalizione nazista vinse le elezioni, decretò lo stato d’eccezione e iniziò la propria criminale avventura. Diceva un proverbio antico che Dio fa impazzire coloro che vuol perdere. In questo caso, però, la colpa non è di Dio, ma di chi dà ascolto a questi scriteriati saltimbanchi del potere per il potere o a quelli che usano i soldi per il potere e il potere per i soldi.
E non è meno scandaloso dire che si sopprime il Senato, quando non lo si sopprime affatto ma lo si ridicolizza trasformandolo in una Camera di consiglieri regionali e sindaci a tempo perso, in più gravandolo di compiti cosi confusi che i costituzionalisti prevedono forieri di guai. Si dice che così si vuole dar voce ai territori: ma nello stesso tempo si stabilisce che lo stato di guerra adesso sarà deciso dall’unica Camera , cioè da un partito minoritario e dal suo capo. Si vede che in caso di guerra i territori non devono aver niente da dire. Si sparano cifre assurde di risparmi inesistenti, smentiti dalla ragioneria generale dello stato. Si conduce una campagna qualunquista contro quelli che non vogliono perdere le poltrone, ma io che vi scrivo adesso non ho alcuna poltrona da perdere o da conquistare. Ho solo avuto da conquistare qualche malanno aggirandomi per l’Italia a testimoniare contro questa bruttura, perché penso a chi la Costituzione l’ha conquistata e ci ha lasciato la vita o a chi ha speso tutta l’esistenza a difenderla e ora non può più farlo.
I guai dell’Italia non dipendono dalla Costituzione. Con questa Costituzione abbiamo ricostruito l’Italia garantendone, nel bene e nel male, lo sviluppo, abbiamo conquistato diritti sociali e civili. I guai dell’Italia dipendono piuttosto dal fatto che il programma costituzionale è stato sempre combattuto e in larga misura è rimasto inapplicato. Per cinquant’anni l’Italia è stata una democrazia dimezzata dalla convenzione imposta dall’estero per escludere il più forte partito d’opposizione dal governo, anche quando nessun governo si poteva fare senza i suoi voti. Ma l’obiettivo vero era un altro, era proprio quella Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro e va oltre la eguaglianza formale, pur indispensabile, impegnando lo Stato a rimuovere “gli ostacoli economici e sociali” che limitano di fatto libertà ed eguaglianza, e così statuendo il principio dell’uguaglianza sostanziale. Di qui viene l’affermazione del lavoro non più come una merce, ma come un diritto da garantire, viene il criterio della retribuzione da adeguare in ogni caso ad una vita libera e dignitosa, viene la indicazione del compito sociale, cioè non egoistico, della stessa proprietà privata. Ecco lo scandalo: questa Costituzione esalta il lavoro e non il capitale. E ciò avvenne perché i costituenti, pur divisi da differenti visioni politiche, venivano in grande maggioranza dalla lotta antifascista e sapevano che il fascismo era stato una creatura incoraggiata, promossa e sostenuta innanzitutto dal capitale finanziario, industriale e agrario.
Fin dai primi anni questa Costituzione fu definita “una trappola” da parte delle forze più conservatrici. E la storia dei primi cinquant’anni di vita repubblicana è segnata, come in nessun altro paese occidentale, da una ininterrotta scia di eversione e di sangue per spiantare questa possibile nuova democrazia: dallo stragismo nero al terrorismo detto rosso che con l’assassinio di Moro compì il capolavoro di portare a compimento il proposito della destra con le mani di supposti rivoluzionari di sinistra. Con quel delitto cadeva il tentativo estremo di Berlinguer e di Moro di dare compiutezza alla democrazia italiana e iniziava il declino.
Ci raccontarono un quarto di secolo fa che il sistema elettorale maggioritario avrebbe dato stabilità, risolto problemi annosi, eliminato i piccoli partiti. Ma i fatti sono stati un ventennio di berlusconismo e l’aggravamento di tutti i problemi, dal debito alla disoccupazione. E mai ci sono stati tanti partiti in Parlamento e così pochi militanti fuori, mai c’è stato un tale trasformismo tra deputati e senatori. Ora c’è l’attacco finale alla Costituzione perché, dicono, offre troppe garanzie. E dicono che si smantella la seconda parte della costituzione ma si salvano i principi della prima parte. Ma questo è un discorso per allocchi. La seconda parte della Costituzione è l’applicazione della prima. La sovranità popolare si restringe ancora di più con l’accentramento del potere, i principi sociali già calpestati diventano sempre più carta straccia. Ma ci dicono che anche la destra dice di votare no. Certo. E noi facemmo la lotta di liberazione antinazista e antifascista anche con i monarchici. La Costituzione è di tutti, non proprietà di partito. E si dovrebbe essere lieti che proprio quelli della destra che hanno sempre attaccato la Costituzione oggi sono costretti a difenderla perché ne riconoscono finalmente il valore anche per loro, ora che si sentono in minoranza. E c’è piuttosto da temere che dicano di votare no, ma pensino e facciano il contrario, seguendo i Verdini e gli Alfano.
All’origine della stretta autoritaria, voluta non solo in Italia dai ceti più retrivi, sta il fatto che non si riesce a uscire dalla crisi: dalla lunga crisi iniziata dopo gli anni settanta e da quella che rischiava di essere catastrofica iniziata nel 2007. La vittoria globale del capitalismo non ha portato a spegnere i suoi problemi, ma a complicarli. La globalizzazione crea nuovi squilibri e nuovamente torna la tendenza, come dopo la crisi del 29, alle chiusure nazionaliste, allo sciovinismo, alle guerre. Allora fu la Germania a imboccare la via della razza eletta, adesso il razzismo, per ora a fini interni, ha vinto negli Usa. Alle porte dell’Italia, oltre il mare, c’è la guerra generata dalla ripresa di velleità egemoniche dei paesi nostri alleati nelle terre del petrolio. Centinaia di migliaia di morti, milioni di disperati e di profughi. Ecco il motivo della stretta istituzionale, ecco il pericolo.
Il mio cammino personale è al termine, e dunque non ho nulla da temere ma temo per questi giovani di oggi. Altro che lavoro come diritto, salario dignitoso, istruzione elevata. E il rischio, in tanta frustrazione, è la possibilità che vengano cacciati in nuove avventure. Ho negli occhi le manifestazioni giovanili per la guerra in Germania e in Italia nel 39 e nel 40, pagate poi con la catastrofe loro e di tutti. Le organizzavano i fascisti, ma trascinavano i molti. E non credo eccessivo l’allarme quando al fanatismo della setta dell’ISIS si risponde con il fanatismo antimusulmano nelle manifestazioni con Trump. O con il fanatismo antiimmigrati di certi ceffi nostrani o di quel paesino di una terra che fu rossa. Sono solo i sintomi piccoli e grandi di una malattia che si aggrava. Mai come oggi è necessario il massimo di garanzie. Salvare la Costituzione è indispensabile, anche se non basta. Si dice che chi difende la Costituzione è un passatista. E lo dicono questi nuovisti che hanno combinato solo guai. L’attacco alla Costituzione è in realtà una volontà di ritorno al passato, quando chi comandava era sicuro di non essere disturbato. Oggi dire di no è il migliore modo di dire di sì all’avvenire, è l’unico modo di tenere aperta le porte alla speranza.

JOBS ACT: UN SALTO INDIETRO DI CINQUANT'ANNI. INTERVISTA A PIERGIOVANNI ALLEVA

Jobs Act: un salto indietro di cinquant'anni. Intervista a Piergiovanni Alleva

Intervista a Piergiovanni Alleva di Vindice Lecis
Piergiovanni Alleva è uno dei più importanti giuslavoristi italiani. Ha insegnato diritto del lavoro nelle università di Bologna e Ancona. Coniuga la scienza giuridica con la passione politica e l'impegno civile. È stato infatti responsabile della consulta giuridica della Cgil mentre ora è consigliere regionale dell'Altra Emilia Romagna e autorevole membro della segreteria nazionale del Partito comunista italiano. Con lui fuoripagina.it ha discusso del provvedimento del governo Renzi più propagandato e contrastato, e allo stesso più fallimentare nei risultati: il cosiddetto Jobs act. Venerdì scorso, celebrando i suoi mille giorni di governo, Renzi ha dichiarato che "il jobs act è la legge che ha inciso in maniera più forte sulla realtà".
"Mi verrebbe da dire, con amarezza che è vero. Si tratta infatti della peggior legge varata nel dopoguerra e tale da provocare un salto indietro di cinquant'anni".
Non si tratta solo di dati occupazionali deludenti quindi...
" Il Jobs Act consiste in una sistematica distruzione dei diritti che assicuravano dignità ai lavoratori italiani. Con la pratica abolizione dell'articolo 18 dello Statuto, i lavoratori sono ormai privi di difesa contro ogni tipo di sopraffazione. Lo possiamo valutare meglio ora con gli otto decreti attuativi in funzione: si tratta di un'operazione reazionaria molto articolata. Un attacco scientifico della finanza speculativa".
Per ottenere quale risultato?
"Ma è evidente. L'abbassamento del costo del lavoro e la spoliazione dei diritti finalizzati all'umiliazione dei lavoratori".
Governo e padronato dicevano: meno diritti e più occupazione.
"Meno diritti e anche meno lavoro e di minor qualità. Il risultato è un fallimento. Spiego perché. Per sostenere questa infondata tesi il governo Renzi ha pensato di ricorrere ad un costosissimo trucco che gli avrebbe consentito poi di propagandare dei risultati. Dunque si trattava di dotare i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato, privi però della garanzia dell'art. 18, di un incentivo economico davvero poderoso, drogando in qusto modo le assunzioni nel periodo subito successivo al Jobs Act, nell'anno 2015".
Renzi annuncia successi nelle assunzioni a tempo indeterminato.
"Contratti instabili, senza tutele, che possono essere sciolti con un avviso e un risarcimento. Da qui i licenziamenti cresciuti. Operazione direi criminale per avere un risultato drogato e limitato nel tempo, con contratti privi di articolo 18".
Operazione costosissima...
"Ottomila euro l'anno per tre anni vuol dire 24 mila euro di decontribuzione a contratto. Si chiama furto di denaro pubblico. Solo che, prima, gli ispettorati Inps vigilavano e controllavano. Ora hanno smesso di farlo. Praticamente abbiamo regalato 10 miliardi agli evasori. Ecco perché sono cresciuti i contratti senza articolo 18."
Assunzioni col trucco?
"Vede, l'unica condizione era che il lavoratore da assumere non avesse già avuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato negli ultimi sei mesi precedenti, perché altrimenti tutti sarebbero ricorsi a licenziamenti, immediatamente seguiti dalle assunzioni con l'incentivo. La decontribuzione veniva invece concessa se il lavoratore avesse prima lavorato con contratto precario perché queste trasformazioni sarebbero state utilizzate dalla propaganda e diventare il fiore all'occhiello del governo Renzi come grande protagonista della lotta al precariato".
E i contratti infatti ora diminuiscono.
"Nel corso del 2015 si sono registrati 1,4 milioni di nuovi rapporti a tempo indeterminato incentivati ma, con quasi 500.000 trasformazioni di contratti a termine e quasi 100.00 di contratti di apprendistato, oltre alle trasformazioni di centinaia di migliaia di co.co.pro. figura giuridica abrogata dal gennaio di quest'anno. Ma c'è dell'altro."
Ci racconti...
"Nel 2016, la decontribuzione è stata ridotta per i contratti di quest'ultimo anno da 8.060 a 3.250 e la sua durata decurtata da 36 a 24 mesi. Allora l'imbroglio è stato svelato. L'Inps infatti, nei primi quattro mesi del 2016 ha accertato una diminuzione del 78% dei contratti a tempo indeterminato, sostituiti da contratti precari e a termine e addirittura vouchers, forma di mercificazione inaudita del lavoro umano".
Possiamo parlare di bluff. Ma che meccanismo si nasconde dietro?
"Un bluff e anche un reato. Le diverse centinaia di migliaia di trasformazioni dei contratti precari nascondevano una circostanza: erano quasi sempre irregolari. Mancava una causale precisa o l'insegnamento come nell'apprendistato o il progetto, con la conseguenza che per legge quei rapporti dovevano essere considerati già tutti a tempo indeterminato fin dal loro inizio. E dunque l'Inps non poteva concedere la decontribuzione legata alla apparente trasformazione nei nuovi contratti a tutele crescenti. La stessa legge 190/2014 vietava di concedere la decontribuzione ai lavoratori che già fossero in realtà a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti".
Il jobs act ha aperto anche la strada ai licenziamenti.
"E' diventato un'arma di intimidazione individuale e collettiva. Posso citare un esempio?
Certamente...
"In una fabbrica i lavoratori dopo aver timbrato l'ingresso volevano indossare i vestiti da lavoro necessari alle condizioni di sicurezza per quella fabbrica e poi cominciare. Il padrone invece pretendeva che la vestizione fosse fatta fuori orario. I lavoratori hanno protestato e il padrone ha licenziato subito il primo di loro che si era rifiutato. Gli altri sono stati così intimiditi. Il licenziato al massimo potrà avere 4 mensilità e che resti a casa. Queste sono le propagandate tutele crescenti".
L'articolo 18 era dunque l'ostacolo da rimuovere, l'architrave da spezzare.
"Una straordinaria norma anti ricatto che consentiva il godimento di altri diritti. Era un diritto architrave, appunto. Oggi abbiamo lavoratori sotto il regime Fornero e altri con il contratto a tutele crescenti. Un balzo enorme indietro, un peggioramento enorme della disciplina del lavoro".
Il mondo del lavoro vive questa trasformazione negativa quasi con rassegnazione.
"Certamente i lavoratori hanno subìto un insulto ma si possono riprendere tutele e diritti. Con i referendum della Cgil. Che se passassero cancellerebbero le tutele crescenti, abolirebbero i voucher, reintroducendo i limiti di responsabilità nella catena degli appalti. Dobbiamo sfruttrare questa occasione e farne un uso positivo per eliminare l'inferno che si è creato in Italia: via articolo 18, contratti a termine senza causale, licenziamenti e voucher. Peggio di così!".
Come giudica il sistema dei nuovi ammortizzatori?
"Sono un netto peggioramento. Abolita l'indennità di mobilità, abolite molte causali della cassa integrazione e ridotte le altre. Ora c'è il modello americano, della fabbrica a fisarmonica: licenzio e assumo, lavoratori come stracci".
E la Naspi?
"La tanto decantata Naspi è esattamente il contrario di ciò che deve essere la sicurezza sociale. Basata come è sul presupposto assicurativo. Perché penalizza chi ha lavorato poco. La Naspi è ridicola. Questo chiude il cerchio: abbiamo la sottrazione di tutele nel posto di lavoro, non c'è cassa integrazione e mobilità, la Naspi penalizza. Vogliono i lavoratori come cagnolini fedeli ai datori di lavoro".
E poi c'è il famigerato articolo 8 sulla contrattazione di prossimità sfascia contratti collettivi...
"Deroga da tutte le leggi di contrattazione. Retaggio del governo Berlusconi. In teoria potremmo avere centomila diritti del lavoro diversi. Sostituisce con contratti aziendali, chi riesce a farli, i contratti nazionali".


Fonte: fuoripagina.it

giovedì 17 novembre 2016

martedì 15 novembre 2016

giovedì 10 novembre 2016

mercoledì 9 novembre 2016

LE ELEZIONI NON LE HA VINTE TRUMP MA LE HA PERSE LA CLINTON

USA – FERRERO (PRC – SINISTRA EUROPEA): «SANDERS ERA L’UNICO CHE POTEVA VINCERE. LE ELEZIONI NON LE HA VINTE TRUMP MA LE HA PERSE LA CLINTON, IDENTIFICATA CON I POTERI FINANZIARI»
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«Negli USA l’unico che poteva sconfiggere Trump era Bernie Sanders, socialista e chiaramente schierato contro i potentati economici. Alle elezioni statunitensi non ha vinto Trump ma ha perso la Clinton che è stata identificata con i poteri finanziari. Non a caso i voti per i candidati indipendenti e Verdi sono triplicati rispetto alle ultime elezioni e hanno determinato la sconfitta della Clinton. I Renzi, le Merkel e gli Hollande stanno aprendo la strada alle destre populiste e fascistoidi, solo una sinistra antiliberista può sconfiggere i poteri forti e le destre! Per questo anche in Italia proponiamo di dar vita ad una sinistra antiliberista, unitaria e di popolo, per far pagare i ricchi ed evitare la guerra tra i poveri».

9 novembre 2016



lunedì 7 novembre 2016

AL MERCATO DA YOU TUBE - FERRERO SEGRETARIO PRC PER IL NO ALLA DEFORMA COSTITUZIONALE






















































































APPUNTAMENTI SULLA RAI CON RIFONDAZIONE PER IL NO AL REFERENDUM

Appuntamenti sulla Rai con Rifondazione per il NO al referendum

Nell’ambito dell’informazione Rai per il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, trai sostenitori del NO, Rifondazione Comunista parteciperà ai seguenti appuntamenti:

Referendum costituzionale – messaggi autogestiti radio
venerdì 18/11 su Radio 1 alle 10.25 Paolo Ferrero

Referendum costituzionale – messaggi autogestiti TV
mercoledì 9/11 Rai 3 ore 10.55 circa Paolo Ferrero
Rai Parlamento – Referendum costituzionale – tribune TV e radio

mercoledi 16/11 Rai 3 ore 15.15 circa + Radio 1 ore 23.05 circa Maurizio Acerbo

martedì 29/11 Rai 1 ore 14 circa + Radio 1 ore 17 circa Lidia Menapace
Grazie per le visite!
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