lunedì 10 ottobre 2016

TRE STORIE DI FRONTIERA DI STEFANO GALIENI

Tre storie di “frontiera”
Stefano Galieni*
Notizie che spariscono in fretta e che spesso non trovano neanche spazio per un lancio nelle versioni on line dei grandi giornali. Notizie scomode di morti innocenti, di omicidi consumati nel Bel Paese, preso dalle sue misere vicissitudini. Notizie diverse, nelle circostanze in cui si sono determinati gli avvenimenti, nei luoghi e nei contesti in cui sono accaduti, nelle conseguenze poi mai finite sui media finora, rimosse da altre priorità. Ne scegliamo 3, rappresentative di un orrore, le raccontiamo in ordine cronologico e poi proviamo a tracciare una linea che le congiunge.
Giugliano, 21 settembre 2015
Aveva 16 anni o 18? I pochi che se ne sono occupati non lo hanno riportato, era arrivata la mattina in un centro di accoglienza CAS a Giugliano dopo essere stata portata a Lampedusa. Insieme a 5 sue amiche già la sera aveva deciso di allontanarsi perché non era quella l’accoglienza che cercava, il paese in cui restare. Una strada a scorrimento veloce, la Circumvallazione esterna di Napoli, attraversare non è facile, le altre ci riescono, lei no resta uccisa da un Suv. Nome e cognome? Chissà, sappiamo solo che era scappata dall’Eritrea per venire a morire nel nostro Sud.
Piacenza, 14 settembre 2016
Di lui sappiamo molto di più, ma non basta. Si chiamava Abd Elsalam Ahmed Eldanfe aveva 53 anni e 5 figli, arrivato tanto tempo da dall’Egitto lavorava nella logistica ed era un lavoratore sindacalizzato. La sua fine: travolto da un Tir. Erano le 23.45, partecipava ad un picchetto in solidarietà con altri 13 lavoratori precari che dovevano essere assunti con un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda che doveva rispettare gli accordi presi aveva deciso di ignorarli. E allora lo sciopero indetto dall’Usb e poi una fine su cui ancora ci sono punti oscuri. Secondo i suoi colleghi e compagni di lotta era in corso una manifestazione sindacale, erano presenti sul posto agenti per motivi di ordine pubblico che avrebbero assistito alla scena. «Il conducente del camion che ha travolto e ucciso il nostro lavoratore – ha detto Riccardo Germani di Usb, – è stato incitato a forzare il picchetto da un addetto vicino all’azienda. Gli urlavano ‘parti, vai!’ e quello è partito investendo il nostro aderente». La polizia di Stato in un primo momento aveva detto che alcuni agenti che hanno assistito alla scena avrebbero “tentato di fermare il tir battendo invano sulla carrozzeria, mentre questo partiva a velocità sostenuta investendo il 53enne”. Il Capo della Procura di Piacenza ha “smentito che fosse in atto una manifestazione all’ingresso dell’azienda, la Gls, ma allora perché la pattuglia era sul posto? Non conosciamo la risposta ma diviene difficile credere all’ipotesi di una manovra sbagliata per cui il conducente del Tir non si sarebbe accorto della presenza del lavoratore davanti al cancello. Un errore insomma per il Pm, un “omicidio padronale” per i compagni e colleghi che intanto stanno raccogliendo soldi per sostenere una famiglia rimasta senza padre e senza reddito. Puntuale è giunto il “cordoglio del governo” che poco o nulla interviene quando si tratta di veder rispettati i contratti e che oggi si affida alle indagini della magistratura.
Ventimiglia, 7 ottobre 2016
Mancavano solo 50 metri e poi sarebbe stata in territorio francese. L’Autostrada dei Fiori, il tunnel della Cima Girata, dove auto e Tir sfrecciano velocemente. Erano in 7 eritrei in fuga, da tanto in fuga. In 6 hanno attraversato la carreggiata l’ultima, 17 anni, non ci è riuscita ed è stata falciata da un camion. Sono in tanti che, ogni notte provano quella rotta, cercando di aggirare i controlli onnipresenti tanto agli scogli dei Balzi Rossi quanto alle stazioni ferroviarie. Da sempre esistono altre vie, quelle dei monti, difficili e rischiose, conosciute solo dai passeur e quelli dell’autostrada che miete vittime con frequenza. Di lei sappiamo poco oltre l’età, che aveva con se una famiglia, che non era stata registrata nel principale campo di accoglienza, in cui ci sono ora solo uomini. Quattro parenti sono ora ricoverati in stato di choc, di lei si sta cercando di ricostruire identità e percorso in Italia. Discordanti anche le notizie rispetto all’autista dell’automezzo che ha falciato la sua vita. Secondo alcuni quotidiani avrebbe inutilmente tentato di frenare e al fermo avrebbe avuto un malore, secondo altri è stato fermato e sottoposto ad esame etilometrico, con risultato negativo, ma già in territorio spagnolo. «L’Amministrazione prova un profondo senso di angoscia nell’apprendere la notizia della morte di questa giovane ragazza – ha dichiarato il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano – Il sistema Europa così organizzato si manifesta non adeguato per affrontare l’onda migratoria contingente e questa morte ne è un’agghiacciante conseguenza. Non possiamo non sentirci tutti responsabili, in questo momento il silenzio è d’obbligo. Da domani iniziamo tutti a ripensare il sistema, per fare si che tragedie di questo tipo non accadano più». Eppure anche questa era una morte annunciata da quello che la nostra amica e collaboratrice Flore Murard – Yovanovitch chiama “Fascismo della frontiera”.
Di storie  simili ce ne sono tante, dal Brennero a Pozzallo, piccoli fatti di  cronaca dimenticati o rimossi da chi scientemente sceglie di edulcorare la realtà. Spesso li chiamano naufragi accidentali, stragi dovute alla crudeltà dei trafficanti, fine fatali di chi arriva senza consapevolezza in Europa. Ma ad uccidere non sono veicoli lanciati a folle velocità, navi che affondano, incidenti collettivi o individuali, la storia è un’altra.
Ma dimentichiamo per un momento l’ecatombe del Mediterraneo, vero e proprio genocidio con colpevoli e carnefici e fermiamoci su queste tre storie individuali.
 Tre storie diverse ma tre considerazioni simili
La prima è scontata, nella gerarchia coloniale che definisce il peso delle vite, le due ragazze richiedenti asilo non debbono avere storia o identità, Abd Elsalam Ahmed Eldanfe, ha diritto ad un nome ma non ad essere ricordato come un uomo che lottava per diritti che in Italia siamo ormai abituati a perdere e cedere, che lottava per gli altri, seguendo un antico vincolo di solidarietà di classe che ci hanno fatto dimenticare.
La seconda è più melliflua, Dimenticheremo le loro storie come abbiamo rimosso facilmente quella di Jerry Essan Maslo anche se il suo nome è finito su wikipedia, un rifugiato sudafricano ammazzato il 25 agosto 1989 perché si rifiutava di sottostare, dopo lo sfruttamento nel lavoro, ad un’altra rapina. Le rimuoviamo facilmente queste storie, i volti, i nomi, le persone che negli anni sono morte di detenzione amministrativa, (almeno 25) di clochardizzazione dei diritti (due a Palermo nelle ultime settimane), di fame, Roma e Milano, di fascismo nuovo e vecchio. Anche nel movimento antirazzista, unica sacca di resistenza in un paese imbarbarito, abbiamo preferito rimuovere e dimenticare, con cinismo e paura. Sono vicende che a parlarne soltanto giustificano qualsiasi reazione.
La terza è oscena E riguarda il fatto che per le merci e le persone “bianche” e con passaporto UE la vita è facile e garantita. Per gli altri si può crepare senza problemi. Per il mercato, unica religione in grado di scatenare uno “scontro di civiltà”, le merci debbono poter viaggiare senza intralci, non debbono esserci “clandestini” sulle navi commerciali, persone sgradite in mezzo alla strada ad intralciare il traffico sia dei prodotti da stoccare in magazzino sia di quelli che debbono attraversare la frontiera. E se questi ostacoli hanno un volto, un nome, una storia, nulla importa. Che le merci giungano in tempo a destinazione, che producano il necessario profitto, che garantiscano il benessere dei pochi. La velocità dei mezzi e di chi li guida è più importante di ogni vita, le vite sono sacrificabili, sostituibili, sono pezzi di ricambio che non mancano nel mercato del lavoro o della fuga.
Questa è l’Europa anime belle, che ci si divida in chi l’accetta così come è, in chi sogna il ritorno a improbabili confini nazionali di fatto già validi per chi arriva da un “paese sbagliato” e chi intende rivoltarlo questo continente. Non solo per i diritti di chi arriva ma per il futuro di chi ci vive.
Resp. nazionale immigrazione Prc, articolo tratto da WWW.A-DIF.org


domenica 9 ottobre 2016

DOMENICA 9 OTTOBRE 2016 - MARCIA DELLA PACE PERUGIA - ASSISI

Domenica 9 ottobre 2016. Marcia PerugiAssisi della Pace e della Fraternità

Domenica 9 ottobre 2016
Marcia PerugiAssisi della Pace e della Fraternità
 Appello

Viviamo in un tempo di grandi tensioni, conflitti e preoccupazioni. Ogni giorno siamo costretti a fare i conti con problemi complessi ignorati o sottovalutati da lungo tempo. Dalla miseria alla distruzione di posti di lavoro, dalle guerre alle migrazioni, dalla devastazione ambientale al cambiamento climatico. Problemi sociali, economici, ambientali e politici che spesso abbracciano l’intero pianeta, diseguaglianze ed ingiustizie che  non trovano un adeguato impegno di coloro che hanno la responsabilità di intervenire. Il nostro modello di vita e di sviluppo è insostenibile, produce ingiustizie, crisi e guerre.

Ad aggravare la situazione si stanno facendo strada in Europa alcune idee e politiche pericolose che aumentano le paure, accentuano le divisioni, avvelenano i rapporti e allontanano le soluzioni. Idee e politiche che ci fanno male e che dobbiamo contrastare con forza.

Una prima idea pericolosa è quella di chi sostiene che “possiamo fare a meno dell’Europa”, che dobbiamo tornare indietro alle monete e alle frontiere nazionali ricostruendo muri e  confini. L’Europa che oggi conosciamo non ci piace ma questo non vuol dire che possiamo buttarla via. Senza l’Europa saremmo tutti più deboli e vulnerabili. Anziché distruggerla oggi dobbiamo rifare l’Europa realizzando l’originale progetto di pace, giustizia sociale e fratellanza.

In base ad un’altra idea pericolosa alcuni affermano che “dobbiamo impedire a chi cerca rifugio nel nostro continente di arrivare da noi”. E’ l’idea che l’Europa possa fare a meno degli altri. Un’Europa che sbarra le porte a chi fugge dalla guerra e dalla fame, che tratta un rifugiato o un migrante come un criminale, che chiude gli occhi sulle cause di questi drammi è disumana e destinata a deperire rapidamente. Le istituzioni hanno la responsabilità di proteggere chi è in pericolo e assicurare il rispetto della legalità sancita dal diritto internazionale dei diritti umani.

Altri ancora sostengono che “la solidarietà è un lusso che non ci possiamo più permettere!” Questa idea ci sta avvelenando l’aria che respiriamo rendendoci ogni giorno più soli, più poveri e impauriti. E’ l’idea che corrode la nostra capacità di affrontare assieme le grandi e piccole sfide del nostro tempo proprio quando constatiamo che solidarietà e cooperazione sono le fondamenta della convivenza.

In questo contesto di egoismi e di chiusure si insinua un’ulteriore idea distruttiva in base alla quale “la guerra è inevitabile” e dunque dobbiamo essere pronti a farla tutte le volte che è necessario. Dietro a questa idea si nascondono e si alimentano interessi personali, sfruttamento di beni e di persone, poteri occulti e corrotti, costruttori e trafficanti di armi, nuove forme di colonialismo. Al contrario noi sappiamo che la guerra non è solo disumana ma illegale, che va fermata, che le alternative esistono e noi le vogliamo promuovere con azioni quotidiane, nonviolente, di educazione, di accoglienza e inclusione, di solidarietà e cooperazione, di dialogo e di riconciliazione, di rispetto delle diversità e di convivenza, di economia solidale e lavoro dignitoso. 

Contro il dilagare di queste idee pericolose e politiche irresponsabili

rafforziamo il nostro impegno per la pace!
Domenica 9 ottobre 2016
partecipa anche tu alla Marcia PerugiAssisi della Pace e della Fraternità

Facciamo in modo che la PerugiAssisi sia la marcia di coloro che si oppongono a questa realtà, che si indignano, la rifiutano e si impegnano quotidianamente a trasformarla costruendo pace, accoglienza, solidarietà, dialogo, nonviolenza e fraternità.
Per adesioni e informazioni:
Tavola della Pace
via della viola 1 (06122) Perugia  -  Tel. 335.6590356 – 075/5736890 – fax 075/5739337
Rete della Pace
Tel. 06/41609274  -  Fax 06/41609275

venerdì 7 ottobre 2016

DOMENICA 9 OTTOBRE DALLE ORE 8.00 ALLE ORE 23.30 ELEZIONI PER LA CITTA’ METROPOLITANA VOTIAMO »LA CITTA’ DEI COMUNI» CON PREFERENZA ALESSANDRO BRAGA

DOMENICA 9 OTTOBRE DALLE ORE 8.00 ALLE ORE 23.30
ELEZIONI PER LA CITTA’ METROPOLITANA
VOTIAMO »LA CITTA’ DEI COMUNI» CON PREFERENZA ALESSANDRO BRAGA
Domenica dalle 8.00 alle 23.30 presso la sede della Città metropolitana di Milano, in Via Vivaio 1 a Milano, si sceglieranno i consiglieri/sindaci che faranno parte del Consiglio della Città Metropolitana di Milano.
La nostra Lista “La città dei Comuni” è la n. 2
Dopo il positivo sostegno ricevuto dalla lista nella raccolta di adesioni, ora si tratta di raggiungere l’obiettivo che come sinistra e settori civici/ambientalisti ci siamo dati. Dare una rappresentanza autonoma dagli schieramenti di centro sinistra-centro destra- e M5S.  Sollecitiamo dunque consiglieri/e indipendenti e di sinistra, portandoli al voto per dare rappresentanza ai comuni della provincia e ad un programma alternativo ed autonomo.
E’ inoltre importante dare rappresentanza democratica alla sinistra di alternativa e per questo vi invitiamo a recarvi al voto indicando come preferenza ad Alessandro Braga consigliere comunale di Inzago.
Ringraziando tutti i consiglieri indipendenti e della sinistra che vorranno sostenerci, sono certo che non farete mancare il vostro voto.

Buon voto.


martedì 4 ottobre 2016

VIMODRONE - RIUNIONE DEL COMITATO PER IL NO ALLE MODIFICHE COSTITUZIONALI GIOVEDI' SERA

MERCOLEDI’ 5 OTTOBRE 2016 ALLE ORE 21 A CERNUSCO S.N. RIUNIONE DEL COMITATO NO
ZONA ADDA - MARTESANA
E

il COMITATO VIMODRONESE PER IL NO ALLE MODIFICHE COSTITUZIONALI Si riunira presso la sede della Cub di via Gramsci n.33 , giovedì 6 ottobre alle ore 21.



Referendum. Un milione e mezzo in linea diretta

Le dirette Facebook del Comitato per il No sono ormai un appuntamento fisso dal crescente successo: ogni giovedì pomeriggio, gli utenti possono fare domande in diretta per approfondire un tema e avere chiarimenti sulla riforma Renzi-Boschi; insomma per arrivare informati all’appuntamento del 4 dicembre, visto il persistente squilibrio informativo a favore del sì, che, grazie alla totale assenza di regole dilaga su tv e giornali.
La scorsa settimana a rispondere alle domande dei cittadini è stata l’avvocato Anna Falcone, vice presidente del Comitato; la settimana precedente era toccato agli Studenti per il No.
Ieri è stata la volta del magistrato Domenico Gallo. Una iniziativa che piace (quasi 60mila persone raggiunte in meno di un’ora) e che fa il paio con il buon successo dell’attività social del Comitato: la pagina Facebook ufficiale ha già ottenuto, praticamente senza sponsorizzazioni, 70mila like (contro i 29mila di Basta un sì), che crescono ad un ritmo di oltre 2000 alla settimana. Solo nell’ultima settimana le persone raggiunte sono state oltre un milione e mezzo, con più di duecentomila interazioni (mi piace, commenti, condivisioni). E poi c’è l’iniziativa sul territorio; anzi le iniziative, sempre più numerose:
Treviso: oggi, ore 20,30, incontro tra sì (C. Fusaro) e no (S. Manderino) – Auditorium Cgil, via Dandolo.
Mestre: lunedì 10, ore 17, incontro con M. Ovadia e G. Pasquino – Centro culturale Sta Maria delle Grazie, via Poerio.
Mirano (Ve): oggi, ore 20,30, incontro con F. Casson e E. Cozzolino – sala conferenze Barchessa di Villa Errera.
Genova: oggi, ore 20,45, confronto tra sì (A. Orlando) e no (G.M. Flick) – Sala del Maggior Consiglio, Palazzo Ducale.
Volpedo (Al): domenica, ore 14,30, incontro con F. Besostri, C. Nespolo, B. Craxi – Piazza Quarto Stato.
Mondovì: oggi, ore 21, incontro con A. Caputo e G. Sobrino – Sala conferenze L. Scimè, corso Statuto11/d.
La Spezia: giovedì 13, ore 17, incontro con P. Maddalena – Centro Allende, Viale Mazzini 2.
Milano: mercoledì 12, ore 18,30, confronto tra sì (V. Feltri, S. Ceccanti) e no (P. Gomez, L. Belli Paci) – Accademia del Lusso, Via Monte Napoleone, 5.
Gallarate: giovedì 13, ore 21, incontro con V. Vita – Sala Rimoldi – Acli, via Agnelli 33.
Bologna: martedì 11, ore 15, dibattito con C.Galli e G. Pasquino – Sala Conferenze Marco Biagi, P.zza De’ Calderini, 2/2.
Firenze: domani, ore 17, incontro con U. De Siervo, S. Sarti, S. Bonsanti – Sala Ex Leopoldine, Piazza Torquato Tasso, 7.
Pescia (Pt): mercoledì 12, ore 9, incontro con P. Pardi e E. Ingrosso – La fabbrica degli ossi, Via Fiorentina, 5.
Roma: domani, ore 10,30, incontro con A. Falcone e F. Parisi – Piazza di S. Zaccaria Papa; ore 16, incontro con A. Ciervo – piazza Anco Marzio.
Matera: oggi, ore 18, incontro con R. La Valle – Sala consiliare Provincia, via Ridola, 60.
Salerno: oggi, ore 18, incontro con A. Manzi, G. Cacciatore, M. Villone – sala convegni Istituto Salesiano, via S. Domenico Savio 4.
Battipaglia: domani, ore 17, incontro con E. Venosi, U. Grassi, M. Villone – Palazzo di Città, piazza della Cultura e Cittadinanza Attiva.
Palermo: oggi, ore 16, lectio magistralis di A. Pace – Aula Magna Facoltà di Giurisprudenza, Via Maqueda 172.
Salemi (Tp): domenica, ore 10, incontro con A. Pace – Circolo Pedone, Via A. Lo Presti.
Copenhagen: oggi, ore 17, confronto tra no (M. Sodano e V. Vita) e sì (A. Tacconi e P. Falasca) – Istituto di Cultura Italiano, Gjørlingsvej 11
Dettagli e info su www.iovotono e su facebook referendumiovotono.
Le iniziative per il NO vanno comunicate a velchi@icloud.com



lunedì 26 settembre 2016

RANIERO LA VALLE - LA VERITÀ SUL REFERENDUM

La verità sul referendum
di Raniero La Valle

Cari amici, poichè ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo? Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno.
Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni.
E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.
E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio.
E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.
Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania.
E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.
E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone.
E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.
Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali.
Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.
La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere
E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova.
Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairós non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.
Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco.
Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America.
Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata.
Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo.
Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente.
L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro.
Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori.
Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum
La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.
Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.
Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima
ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.
Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.
Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà - quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio - la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario.
Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere.
Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.
Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma.
Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI.
Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione.
Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.
C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.
Lo spartiacque non è stato l’11 settembre
A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose.
Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni.
Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.
Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia” .
Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista.
La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.
Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta?
C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali.
Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà.
Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.
Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.
Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.
La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa
È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale.
E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto.
Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.
Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello. Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari.
Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.
Ma l’Occidente fa un'altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud.
Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte.
E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto.
I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.
A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita.
E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.
Il perché della nuova Costituzione
E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.
Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.
E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.

Discorso tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici del NO e il 17/09/2016 a Siracusa in un dibattito con il prof. Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì.

Fonte: Pagina Facebook dell'Autore
Originale: https://www.facebook.com/ranierolavalle/posts/10202121565278020


venerdì 23 settembre 2016

23-25 SETTEMBRE FESTA POPOLARE RIFONDAZIONE COMUNISTA #IOVOTONO

23-25 settembre Festa popolare Rifondazione Comunista #ioVotoNO
Una festa per la difesa della nostra Costituzione, per i diritti dei lavoratori e per il futuro della sinistra
Musica – Dibattiti – Cucina – Bar – Stand
VENERDI’ 23 SETTEMBRE
Ore 18.30: Spettacolo di e con Silvano Piccardi “Le ragioni del NO” (con la partecipazione di Suoni e l’Anpi – coro antifascista)
Ore 19.30: Dibattito “Referendum Costituzionale – Una battaglia per la democrazia e per la libertà”
in collaborazione con ANPI provinciale di Milano
Con:
Aldo Giannuli, saggista e storico
Basilio Rizzo, consigliere comunale Milano in Comune
Barbara Pezzini, costituzionalista
Roberto Cenati, Presidente ANPI provinciale di Milano
Pierpaolo Pecchiari, Comitato per il NO Milano
coordina: Matteo Prencipe, Segretario PRC Milano
Ore 21.30: Concerto di Franz Englaro & The Kosmos Gang
SABATO 24 SETTEMBRE
Ore 18.30: Dibattito “Jobs Act – Loi Travail – Piano Hartz – Reforma Laboral. Un’unica strategia Europea per distruggere i diritti dei lavoratori”
Con:
un compagno della Die Linke (Germania)
un compagno del PCF (Francia)
Paco Figueroa, Secretario del Mundo del Trabajo del PCE e membro Consiglio Confederal Comisiones Obreras (Spagna)
coordina: Nadia Rosa, Responsabile Politiche del Lavoro, PRC Milano
Porteranno il proprio contributo lavoratori e lavoratrici del territorio metropolitano milanese
Ore 20.30: Concerto dei CIAPA NO Popular folk band
Ore 22: Dj set Molesti Crew Jacopo Ricciardi & Luca Cerpelloni
dal reggae allo ska, passando al beat, al soul e per finire in bellezza al trash
DOMENICA 25 SETTEMBRE
Ore 19.00: dibattito su “AMERICA LATINA – I nuovi processi di destabilizzazione nel continente. Quale futuro per le sinistre
e quali ripercussioni in Europa?”
Con: Marco Consolo, Responsabile America Latina PRC
Antolin Ayaviri, già Ambasciatore Stato Plurinazionale della Bolivia
Maria Gabriela Vera Basurto, Console generale Ecuador;
coordina: Anna Camposampiero, Responsabile Esteri, PRC Milano
con Janeth Patricia Sosa, Babel Latino
Porteranno il proprio contributo associazioni e comitati del territorio metropolitano.
con la partecipazione di Latino Babel Radio
Ore 20.30: Alessandro Braga intervista PAOLO FERRERO – Segretario Nazionale PRC

Ore 22: Concerto MANO DURA – musica cubana

mercoledì 21 settembre 2016

BERLINO: DOPO FALLIMENTO POLITICHE NEOLIBERISTE CROLLA LA GROSSE KOALITION, OTTIMO RISULTATO DELLA LINKE


Berlino: dopo fallimento politiche neoliberiste crolla la Grosse Koalition, ottimo risultato della Linke

Dopo il fallimento delle politiche neoliberiste e dell’austerità, crollano anche i partiti che le rappresentano, come la grosse koalition in Germania. Bene quindi il risultato delle elezioni regionali a Berlino, con un’ottima affermazione dei nostri compagni della Linke, che, come Rifondazione, fanno parte della Sinistra Europea. Con ogni evidenza è proprio la proposta della Sinistra europea e di Tsipras, di uscita dalle politiche neoliberiste, con politiche di redistribuzione del reddito e giustizia, l’unica vera uscita dalla crisi e la sola alternativa ai neonazisti.
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

19 settembre 2016



venerdì 16 settembre 2016

Grazie per le visite!
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