venerdì 29 aprile 2011

DERIVE ED APPRODI







Derive & Approdi

Dino Greco

Manca, come è ovvio, il riscontro fattuale, ma non vi è ombra di dubbio che, semmai Berlusconi avesse calcato la terra nel ventennio nero, quella fascista sarebbe stata la sponda nella quale egli avrebbe naturalmente militato. Questa in fondo banale eppur tristissima considerazione merita tuttavia una particolare attenzione, giacché un tale Presidente del Consiglio governa da molti anni un Paese formalmente retto da una costituzione che è stata il frutto di una grande lotta di liberazione dall'occupazione nazista, trasformatasi in una vera e propria rivoluzione democratica e antifascista.
La distanza fra i valori resistenziali, poi trapassati nella Carta, e lo stato di cose presente è ormai diventata abissale. E da qualunque angolatura si guardi alle condizioni del Paese non se ne può che trarre una conclusione sconfortante. Ma, fra tutti i rovesciamenti di prospettiva, fra tutte le abiure e i tradimenti, ve n'è uno che è, più di qualunque altro, insopportabile. Parlo della guerra, bandita dal consesso delle nazioni all'indomani del secondo conflitto mondiale e ripudiata dall'articolo 11 della nostra Costituzione.
Ebbene, lunedì, il 25 aprile, il governo ha deciso di cessare i traccheggiamenti e passare al coinvolgimento pieno dell'Italia nella guerra di Libia, partecipando direttamente ai bombardamenti. Nella maggioranza la sola Lega fa la mossa di opporsi, avendo certezza che da questa posizione ricaverà solo vantaggi: quello di entrare in risonanza con la gran parte del popolo italiano senza peraltro mettere in discussione la tenuta del governo che nel Parlamento può sempre contare - ecco il punto - sui voti del Pd. Infatti, Anna Finocchiaro, toccando il culmine dell'ipocrisia, si è subito affrettata ad assicurare che «se verranno confermati i confini della "risoluzione 1973" dell'Onu i Democratici non faranno mancare il proprio assenso». E' noto che la discutibilissima risoluzione che autorizza l'abbattimento dei caccia di Gheddafi che dovessero sorvolare i cieli della Cirenaica altro non è che una foglia di fico, lì posta per coprire, come si è subito visto, un intervento di ben altre dimensioni e che la giustificazione addotta - la protezione della popolazione civile - si è rivelata una volgare bugia. Ma, con tutta probabilità, ad un voto delle camere neppure si arriverà (con vivo sollievo di quanti desiderano nascondere al più presto lo sporco sotto il tappeto) considerato che persino il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, giudica l'escalation bellica un «naturale sviluppo del conflitto».
In quello che sta accadendo non vi è in realtà nulla di "naturale". Se le pretese ragioni umanitarie, se la ripulsa dei regimi dittatoriali fossero movente credibile, la comunità internazionale dovrebbe scatenare interventi armati contro tutti i paesi che si macchiano di crimini contro il proprio popolo o che violano sistematicamente le risoluzioni delle Nazioni Unite. Ma questo non avviene, ovunque alleanze, interessi e profitti consiglino comportamenti diversi. Così la guerra è tornata ad essere un'opzione ordinaria, una cinica variante della politica, non più un tabù, un confine da non oltrepassare se non a prezzo di mutare sè stessi, di rinnegare quel senso dell'umanità così faticosamente riguadagnato dopo la mattanza della seconda guerra mondiale.
Una volta la sinistra, quella che provò per davvero a farsi tale, aveva compreso che quel punto era discriminante come nessun altro e ne aveva fatto il tratto identitario più limpido del proprio profilo politico. Ma da allora è passato molto tempo e quell'intelligenza delle cose si è persa. Insieme a molto altro. Pace autentica e lavoro degno sono stati per decenni i pilastri sui quali la sinistra ha costruito la propria forza, insegnando ai proletari che di lì passano riscatto sociale e democrazia. E rendendosi capace, per un tratto non breve di storia, di un linguaggio universale.
Lunedì, a Milano, le decine di migliaia di persone accorse in piazza per celebrare il sessantaseiesimo anniversario della Liberazione hanno lungamente contestato i rappresentanti del centrodestra. Ma i fischi non hanno risparmiato Luigi Bersani e il suo più che anemico Pd, dedito da tempo a commentare l'italica deriva, piuttosto che provare seriamente ad arginarla e combatterla.
La via della guerra, abbracciata con tanto stolida disinvoltura, non gli gioverà. Ci sono crinali che una volta discesi è difficile risalire.

domenica 24 aprile 2011

IL 12 e 13 giugno ai REFERENDUM VOTA 4 SI


IL 12 e 13 giugno ai REFERENDUM VOTA 4 SI





Acqua pubblica, ancora più di prima: tutti al voto


Sfidando ogni senso del ridicolo, il governo Berlusconi ha dichiarato la propria guerra senza quartiere ai referendum dei prossimi 12/13 giugno. Il tentativo, piuttosto maldestro, di “congelare” il rilancio del nucleare in Italia dimostra una verità inequivocabile: la maggioranza del Paese continua, ventiquattro anni dopo, ad essere profondamente antinucleare e vuole un’altra politica energetica per un’altra società.
Stupefacente la “nemesi” che sottende a questo gioco a rimpiattino: proprio il governo che, ad ogni difficoltà del premier, tenta di legittimarne gli atti e le dichiarazioni richiamandosi alla volontà popolare, quando quest’ultima può finalmente esprimersi la teme come il peggiore degli incubi. Non sappiamo come si pronuncerà la Corte di Cassazione in merito, ma da subito va rivendicato il diritto delle donne e degli uomini di tutto il paese a poter decidere sulla politica energetica, tema essenziale per la presente e per le future generazioni.
E con ancor più decisione va intensificata la campagna referendaria per i 2 Sì ai quesiti per la ripubblicizzazione dell’acqua. Perché è una battaglia portata avanti da uno straordinario movimento che in questi anni, attraverso la reticolarità e la diffusione in ogni territorio, ha costruito una nuova consapevolezza sull’acqua come bene comune e diritto umano universale e sulla necessità di sottrarne la gestione al mercato e al profitto dei privati.




Un movimento che ha costruito la più grande coalizione sociale degli ultimi decenni e che nella campagna di raccolta firme della scorsa primavera ha raccolto oltre 1,4 milioni di firme, senza grandi finanziamenti, senza forti sponsorizzazioni politiche e nel più totale silenzio dei mass media.
Un movimento che ha già ottenuto due vittorie: è riuscito ad imporre il tema dell’acqua e dei beni comuni nell’agenda politica del Paese, rompendo l’autistica separatezza con cui il Palazzo si è autoescluso dalla società, ed è riuscito a creare un precedente costituente, ovvero il fatto che, su ciò che a tutti appartiene, tutte e tutti devono poter decidere.
Ora si tratta di passare dall’indubitabile vittoria culturale ad un’altrettanto sonora vittoria politica: con la vittoria dei Sì ai due referendum sull’acqua, per la prima volta dopo decenni, le politiche liberiste possono essere sconfitte attraverso un voto democratico e popolare, invertendo la rotta e modificando, ben aldilà del tema specifico, i rapporti di forza politici e culturali in questo Paese.
E’ una battaglia decisiva, che il movimento per l’acqua e il comitato referendario possono vincere ricorrendo alla propria ricchezza più preziosa: la diffusione territoriale e la capacità di aver coinvolto in questa vera e propria battaglia di civiltà moltissime donne e uomini alla loro prima esperienza di attivismo, costruendo un grande anticorpo sociale per un’uscita dalla crisi alternativa alla consegna dell’intera vita delle persone alle leggi del mercato. Aprendo la strada alla ripubblicizzazione dell’acqua, ma anche alla ridefinizione di un nuovo modello di pubblico, fondato sulla partecipazione sociale.



Se il governo e i poteri forti trasversali, con la mossa sul nucleare (cui ci aspettiamo ne seguiranno altre sull’acqua) pensa di poter ancora una volta contare sulla passivizzazione e sull’assuefazione delle persone, è il momento di dimostrare l’esatto contrario con una partecipazione di massa al voto referendario.
Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia. E perché solo la partecipazione è libertà.

domenica 17 aprile 2011

CANTATA GRANDE PER UN’ALTRA MILANO


CANTATA GRANDE PER UN’ALTRA MILANO LUNEDI 18 APRILE ORE 18.30 - 24


IVAN DELLA MEA: CANTATA GRANDE PER UN’ALTRA MILANO 18 APRILE – ORE 18.30/24

MILANO – SALA DELLA PROVINCIA – VIA CORRIDONI 16


CON: PAOLO CIARCHI, LELLA COSTA, MONI OVADIA, ROCCO TANICA, FAMIGLIA ROSSI, BANDA DEGLI OTTONI, NANNI SVAMPA, ANTONIO MASTINO, IN BALIA DELLA MARIA, SANDRA BONINELLI, CLAUDIO CORMIO, PAOLO DELLA PORTA, FEDERICO SANESI, NEMA PROBLEMA, ANDREA LA BANCA, GUIDO BALDONI, ISABELLA CAGNARDI, GUIDO “GIUBBONSKI”, ELISABETTA VERGANI, MASSIMO DE VITA, MARIO ARCARI, ANNA NOGARA, PATRIZIO FARISELLI, STORMY SIX, RICKI GIANCO, VALLANZASKA, OTTAVIA PICCOLO, PAOLO ROSSI…

COORDINA

SILVANO PICCARDI

(candidato nella lista SINISTRA PER PISAPIA)

Interverranno:

Basilio RIZZO

(Capolista di SINISTRA PER PISAPIA) Giuliano PISAPIA

(Candidato Sindaco)


CON IVAN NEL CUORE E NELLA MENTE


CAMBIA MILANO – CAMBIA L’ITALIA


WWW.SINISTRAPERPISAPIA.IT

venerdì 15 aprile 2011

Ciao Vittorio!


Vittorio Arrigoni, giovane attivista per i diritti umani, repoter de "il manifesto", è stato barbaramente ucciso dai salafiti, un gruppo ostile ad Hamas. Noi lo salutiamo commossi e gli promettiamo che l'impegno per la pace e per i diritti dei palestinesi continuerà


Ciao Vittorio!


Video di ARRIGONI a SAVIANO - http://youtu.be/NBgI_QWgXaI


Tutti gli appuntamenti per ricordare Vittorio Vittorio Arrigoni è stato sequestrato nella Striscia di Gaza e poi brutalmente assassinato. Vittorio è un amico del popolo palestinese, ha rischiato quotidianamente la sua vita per essere vicino alle sofferenze degli uomini e delle donne di Gaza assediata. Vittorio è un amico della Freedom Flotilla, che fra poche settimane partirà per portare solidarietà e aiuti umanitari nella Striscia di Gaza assediata. Non è possibile parlarne al passato. Gli amici del popolo palestinese, gli amici di Gaza assediata vogliono CHIAREZZA SUL SUO ASSASSINIO , SUBITO! Qui tutti gli appuntamenti in Italia per ricordarlo Venerdì 15 aprile A Roma appuntamento alle 16.00 al Colosseo.A Milano appuntamento alle 16.00 a Piazza del DuomoA Genova presidio permanente dalle ore 10,00 in Via RomaA Brindisi appuntamento alle 16.00 a Piazza VittoriaA Rimini appuntamento alle 16.00 a Piazza CavourA Lecco appuntamento alle 16.00 a Piazza GaribaldiSi stanno organizzando manifestazioni anche a Napoli, Bari, Torino… Associazione Palestinesi in Italia – Forum Palestina – Freedom Flotilla Italia – Comunità Palestinese di Roma e del Lazio – Unione Sindacale di Base – Unione Democratica Arabo Palestinese – Comitato con la Palestina nel Cuore – Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila – Radio Città Aperta – Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos (Campi Bisenzio) – Comitato Palestina Bologna – Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino -Gruppi di appoggio alla Palestina (Parma) – Collettivo Politico Fanon (Napoli) – Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli – Italia dei Valori – Partito dei Comunisti Italiani – Partito della Rifondazione Comunista – Rete dei Comunisti – Comitato Ricordare la Nakba (Torino) – C.S.O.A. Askatasuna (Torino) – Net Antagonista Torinese – C.S.O.A. Murazzi (Torino) – C.U.A. Torino – Area Antagonista Ska Officina (Napoli) – Coordinamento 2° Policlinico (Napoli) – Coordinamento di Solidarietà con la Palestina (Napoli)

martedì 12 aprile 2011

ITALIA - Mercoledì 13 aprile 2011 alle 16 Presidi davanti le sedi della Rai


A Milano mercoledì 13 aprile 2011 dalle ore 16 Presidio davanti la sede della Rai di Corso Sempione per protestare contro il bavaglio, contro l’oscuramento del PRC, per ripristinare il diritto di cronaca e i valori dell’articolo 21 della COSTITUZIONE ITALIANA.



LETTERA DI MASSIMO ROSSI ALLA RAI Illustre dott. Garimberti, Le comunichiamo che mercoledì 13 aprile dalle ore 16.00 la Federazione della Sinistra organizza davanti alle sedi RAI del territorio nazionale, presidi di protesta contro l’oscuramento che tutto il sistema informativo pubblico, dai telegiornali ai talk show, opera nei confronti di questa organizzazione.Del resto Le sarà facile verificare direttamente, accedendo ai dati, la nostra pressoché inesistenza nelle informazioni dei telegiornali come nella presenza nei “contenitori” di approfondimento o di confronto che prevedono la partecipazione di rappresentanti politici. In ragione di quanto sopra, e in qualità di portavoce della Federazione della Sinistra sono a chiederLe un incontro, unitamente ad una delegazione della nostra organizzazione composta da Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi e Gianpaolo Patta. Incontro che le chiederemmo possa avvenire più o meno contemporaneamente alla nostra iniziativa. Nel ringraziarLa per l’attenzione, e certi che vorrà accogliere la nostra richiesta, la salutiamo cordialmente.

Roma, 7 aprile 2011

Massimo Rossi – Portavoce Federazione della Sinistra

venerdì 8 aprile 2011

SABATO 9 APRILE I GIOVANI SI PRENDONO LA PIAZZA






SABATO 9 APRILE I GIOVANI SI PRENDONO LA PIAZZA di Roberto Ciccarelli

La Street Parade dei precari che hanno promosso la manifestazione «Il nostro tempo è adesso» partirà sabato 9 aprile alle 15 da Piazza della Repubblica a Roma, passerà per piazza Vittorio e arriverà al Colosseo. Alla stessa ora sono previsti altri cortei, presidi e manifestazioni in più di 30 città italiane, daNapoli a Bologna, da Bari a Pisa, da Firenze a Milano, oltre che a Bruxelles, in Spagna e aWashington. Tappa di avvicinamento allo sciopero generale del 6 maggio, il corteo vuole tornare a dare voce alle principali rivendicazioni ascoltate nelle piazze del movimento studentesco e universitario di quest’autunno: il diritto al futuro, garanzie e tutele nella vita e sul lavoro per le nuove generazioni che più di altre stanno pagando la crisi.Sono questi i primi passi di una rete promossa da quattordici associazioni che vanno dal comitato promotore della campagna Cgil «Giovani non più disposti a tutto» all’associazione nazionale degli archeologi, ci sono anche i dottorandi dell’Adi, i ricercatori precari del Cpu, operatori di call center, giovani imprenditori, avvocati e architetti, oltre a redattori, giornalisti precari e testate web che si occupano dei diritti degli stagisti. Il loro appello è stato sottoscritto negli ultimi giorni damigliaia di persone sul sito www.ilnostrotempoeadesso. it e dalle organizzazioni giovanili dei partiti di centro-sinistra (Idv, Pd, Sel e Fds). In una videolettera la segretaria Cgil Susanna Camusso ha comunicato il suo sostegno all’iniziativa, mentre è stata annunciata un’analoga iniziativa da parte del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Come vuole il format usato nelle manifestazioni tematiche degli ultimi tempi, anche in questo caso è possibile guardare in rete i messaggi dei testimonial del mondo dello spettacolo e della cultura, dal premio Campiello Giovani Silvia Avallone al sociologo Luciano Gallino e Ascanio Celestini, David Riondino e Dario Vergassola, fino agli attori di Boris.Nella conferenza stampa organizzata ieri a Roma per presentare la manifestazione sono state snocciolate le cifre che hanno trasformato in poco più di due anni la «questione giovanile» in una vera e propria emergenza sociale intergenerazionale. I dati, soprattutto quelli che riguardano la disoccupazione, sono ormai di dominio pubblico. Ogni trimestre l’Istat conferma lo sconcertante primato che l’Italia detiene tra i paesiOcse: la media dei giovani disoccupati che hanno tra i 15 e i 24 anni si mantiene stabile poco sotto il 30 per cento. Quello che passa ancora oggi inosservato è la crescita del tasso di inattività al 71,6 per cento, una situazione che interessa di più gli uomini al Nord e le donne nelle regioni del Centro, mentre al sud il 32,9 per cento delle donne sono disoccupate.Osservando le statistiche che parlano di chi ha oggi almeno 34 anni si scopre che la nuova questione sociale affoga in una terra di mezzo che fino a pochi anni fa tutti, ma proprio tutti, stentavamo a riconoscere. Scarse opportunità professionali, lavori in nero sottopagati e discontinui, quindi senza contratto e contributi, tutti fattori che hanno colpito la generazione nata negli anni Settanta, quella che era stata destinata al culto della libera e intraprendente professionalità e oggi si trova fuori dal mercato del lavoro con l’unico sostegno dei risparmi accumulati dalle reti familiari (che hanno già bruciato il 60 per cento delle loro risorse). Per questo il lavoro irregolare in Italia coinvolge ormai 1,5 milioni di persone sotto i 34 anni, tutti iscritti alla gestione separata dell’Inps. Pochi di loro, per non dire nessuno, avrà diritto ad una pensione a causa della sporadicità dei versamenti.Se poi volessimo allargare lo sguardo oltre questa soglia di età, è quasi certo che i dati aumenterebbero fino a raddoppiare. Considerando il tasso di inattività fino a 64 anni, sembra che gli inattivi e coloro che hanno rinunciato alla ricerca di una nuova occupazione ha raggiunto il 37,8 per cento della forza lavoro attiva. Qualche tempo fa l’Istat cercò di dare un profilo a questa figura sociale della crisi, coniando una nuova categoria, quella degli «sfiduciati », 1,5 milioni di persone ai margini della vita attiva.Dall’iper-attivismo alla sfiducia, sembra essere questo il destino di almeno due generazioni alle quali è stato recentemente consigliato di riscoprire i «lavori umili». Non la pensano così i promotori del 9 aprile che tuttavia non nascondono che il sindacato «ha avuto molte difficoltà nel dare una risposta alla precarietà,ma noi ci impegneremo a spingerlo a prendere una posizione». Chiedono alla politica nazionale di cambiare la propria agenda, sempre ferma alle questioni giudiziarie del Presidente del Consiglio; vogliono l’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo e riforme sociali che garantiscano il diritto ad un’equa retribuzione, allamaternità e alla continuità di reddito chemanca del tutto in Italia, unico paese nell’Unione Europea. Sullo sfondo resta la necessità del reddito di cittadinanza, la rivoluzione del Welfare e l’abolizione della legge 30, quella che ha introdotto le peggiori condizioni di lavoro dal Dopoguerra ad oggi. Non mancheranno occasioni per riprendere il filo del discorso.

martedì 5 aprile 2011

MASSIMO ROSSI PORTAVOCE NAZIONALE FEDERAZIONE DELLA SINISTRA




LA POLITICA INSORGENTE DEL “SIGNOR ROSSI”


Da “il manifesto”


Loris Campetti

Massimo Rossi si appassiona più al referendum per l’acqua pubblica che alla prossima tornata amministrativa perché pensa che la questione dei beni comuni sia «fondante» di un altro modello sociale, culturale, politico, di relazioni tra le persone. Viene da una storia «movimentista » sfociata, «senza degenerare in politicismo», in importanti esperienze amministrative. E’ stato per nove anni sindaco della «Porto Alegre » d’Italia, Grottammare, s’è inventato il bilancio partecipativo, sostenuto dalle liste di movimento e dalle forze di sinistra. Ha fatto il presidente della provincia di Ascoli, tutt’altro che rossa, vincendo al primo turno finché il Pd, nel 2009, non si è messo di traverso impugnando una politica opposta a quella che ha fatto vincere il centrosinistra 5 anni prima e ha presentato un candidato contrapposto che ha ottenuto il risultato straordinario di riconsegnare la provincia alla destra. Abbonato al manifesto, attivo in rete con Democrazia kilometro zero, appassionatamente contrario alla guerra – «ero a 300 chilometri dall’ambasciata cinese a Belgrado, rasa al suolo dalle bombe intelligenti della Nato e di D’Alema». Rossi insegna materie tecniche in un istituto professionale di Fermo, «una scuola di frontiera dove la metà degli studenti è fatta di immigrati e molti vengono da classi sociali deboli. Pensa che mentre noi siamo con l’acqua alla gola, la giunta regionale di centrosinistra delle Marche ha deciso di dare 600 mila euro a due scuole professionali cattoliche per fare corsi analoghi ai nostri». Ama il suo lavoro, se n’è distaccato solo per impegni amministrativi e dal 2009 ha ripreso la sua postazione. Ci racconta il suo nuovo impegno di portavoce della Federazione della Sinistra durante due ore buche dall’insegnamento. Che ci fa uno come te in un esperimento politico che tiene insieme i comunisti del Prc di Ferrero e del Pdci di Diliberto, Socialismo Duemila di Salvi e Lavoro e solidarietà di Patta? «Intanto queste quattro forze che lavorano insieme, e le tante soggettività che hanno scelto di stare nella Fds senza altre tessere di partito, sono la testimonianza che la Fds è qualcosa di diverso e di più dell’unità dei comunisti, a cui so che qualcuno pensa. Io credo invece che l’elemento da valorizzare sia il tentativo di invertire il processo di frammentazione a sinistra, pur nel riconoscimento delle diversità, guardando con interesse all’esperienza di Izquierda Unida e della Linke. E’ un’idea diversa, più ambiziosa del cartello elettorale: è la ricerca, dentro la crisi della forma partito, di nuove forme della politica ». Arrivato alla Fds dalle esperienze legate alla partecipazione e alla difesa dell’acqua pubblica e dei beni comuni, Rossi ha in mente concetti come la «democrazia insorgente» e riflette su come «mettere in rete la ribellione al pensiero unico». La sinistra che ha in mente somiglia più a esperienze come «Uniti contro la crisi» che all’unità dei comunisti. Questa è almeno l’impressione che resta dopo una lunga chiacchierata e un’antica frequentazione. Però le elezioni ci sono, e storicamente non sono il terreno in cui la sinistra dà il meglio di sé: «E’ uno scoglio difficile perché mette in moto dinamiche poco conformi all’esigenza di costruire un percorso comune propositivo, alternativo a quello dominante. Non dimentico che viviamo in una stagione segnata da Berlusconi e dal berlusconismo, perciò è fondamentale cercare il massimo di unità sul terreno della difesa della democrazia. Però non credo che ci siano le condizioni per un’esperienza nazionale di governo, diverso è nei territori dove sono possibili e auspicabili accordi sul merito, basati sulle esigenze reali». Come la mettete con Vendola e Sel? «In tutte le mie esperienze amministrative sono stato candidato anche di Sel e in molte realtà lavoriamo in sintonia. Bisogna ammettere però che hanno un’altra impostazione politica e un’idea diversa dalla nostra sul rapporto con il centrosinistra. Penso a Torino, alla Fiat, e mi chiedo come si faccia ad appoggiare Fassino. Ma penso anche a Napoli, a Salerno, penso a realtà marchigiane come San Benedetto dove dopo una campagna importante sul territorio Sel si è messa con il Pd che sostiene un’idea e una pratica opposta di uso e sfruttamento del territorio. Io credo all’unità per, non all’unità di, e temo il politicismo». Le vostre parole d’ordine nella campagna elettorale? «La priorità dei contenuti, mettendo al centro la costruzione di un diverso modello sociale; un nuovo rapporto eletticittadini basato sulla partecipazione, con gli eletti capaci di prescindere dall’appartenenza; la qualità delle relazioni, fuori da logiche di dominio e di egemonia in un movimento circolare capace di accogliere e valorizzare le differenze, a partire da quelle di genere». Due sabati fa Massimo Rossi era a Roma in piazza San Giovanni per l’acqua pubblica e sabato scorso era a piazza Navona, contro la guerra «senza se e senza ma», impugnando la Costituzione. «La guerra è sempre un pantano di sangue». Buon lavoro, Massimo Rossi.

IL RICATTO ITALIANO





IL RICATTO ITALIANO


di Alessandro Dal Lago - su il manifesto del 05/04/2011


In qualsiasi paese normale, un ministro come Maroni si sarebbe dimesso, dopo l'incredibile spettacolo di Lampedusa, per non parlare di Manduria e altre tendopoli. Ma non è uno spettacolo. Quella a cui stiamo assistendo è una tragedia a cui il nostro governo sta rispondendo con la consueta miscela di brutalità e giochetti diplomatici, con la corsa a Tunisi - dove ieri è stato «respinto» - per imporre il ricatto soldi contro migranti. E ancora, dichiarazioni a vanvera, disorganizzazione e velleitarismi. Lasciare per giorni e giorni migliaia di esseri umani all'addiaccio, senza cibo e servizi igienici, salvo lamentarsi dell'Europa, della Francia o del destino cinico e baro, è inqualificabile.



La Tunisia ha accolto centocinquantamila profughi dalla Libia in modo infinitamente più civile. E parliamo di un piccolo paese che sta vivendo una difficile transizione politica e una crisi economia e sociale senza precedenti. Se, invece di trentamila o giù di lì, i migranti verso l'Italia fossero cinquantamila, non cambierebbe nulla.



Dalla settima o ottava potenza economica del mondo ci si aspetterebbe ben altra risposta. Soprattutto, dopo che lo stesso Maroni aveva sparato l'incredibile cifra di cinquecentomila. Si ha proprio l'impressione che il piagnisteo sull'Europa che ci abbandona sia una cortina fumogena per giustificare a priori inadempienze, confusione e soprattutto il fallimento di una politica di lungo periodo sull'immigrazione. E tutto questo con una forza politica di maggioranza, la Lega, che spara truci bordate per tener buono il proprio elettorato. Ma il problema è più grave e profondo.



È l'intera classe politica, al governo e anche all'opposizione, che non sa che pesci pigliare. Basti citare un'intervista a Rutelli, in cui l'ex sindaco anti-Rom la mette sui «trafficanti di uomini», come se i responsabili degli sbarchi fossero gli scafisti, e non i conflitti sociali, economici e militari che stanno travagliando Maghreb e Mashrek. Ben pochi ascoltano le voci dei migranti: «vogliamo la libertà», «là non possiamo più vivere»... e poi «in Italia ci trattano come cani» e così via. I nostri politici, bolliti da decenni di fallimenti, non sospettano nemmeno che questi sono esseri umani, i quali, in primo luogo, devono essere riconosciuti come tali e trattati di conseguenza. E quindi ospitati e ascoltati. E provvisti di permessi di soggiorno, circolazione e transito.



Solo allora, a partire dai loro bisogni, materiali e civili, ci si può appellare al resto del mondo. Senza però evadere dalle proprie responsabilità.Ripetiamolo: trentamila o cinquantamila migranti sono un problema che qualsiasi paese delle nostre dimensioni deve essere in grado di affrontare. Ma nulla fa pensare che sia così. Sulla scia di se stesso, ma anche di Pisanu e Amato, Berlusconi non sa fa altro che offrire un po' di milioni alla Tunisia, mentre da noi si rafforza il filo spinato intorno alle tendopoli e si mandano i poliziotti a cavallo a dar la caccia ai migranti che scappano.



Mai come oggi l'abisso che separa la politica italiana dall'umanità è apparso così profondo. E allora ricordiamo che le mance ai dittatori di turno non sono servite a niente. E che con quei soldi, per non parlare delle spese sostenute per tenere in volo i Tornado (senza avere nemmeno il coraggio di dire che partecipano alla guerra), si potrebbe offrire una speranza, una via di scampo, una possibilità a questi ragazzi che fuggono dalla fame e dalla guerra. Ma siamo governati da Bossi e Berlusconi, come forse un giorno da Rutelli e Montezemolo. In attesa di qualcosa di meglio, non possiamo che augurare a quei ragazzi, e agli altri che li seguiranno, di farcela, quale che sia la loro destinazione.

mercoledì 30 marzo 2011

2 APRILE 2011: giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra



2 APRILE 2011: giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra

Sabato 2 aprile a Roma, in Piazza San Giovanni, alle 15.00


A MILANO PRESIDIO IN PIAZZA FONTANA DALLE ORE 16


Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Gheddafi ha scelto la guerra contro i propri cittadini e i migranti che attraversano la Libia. E il nostro Paese ha scelto la guerra “contro Gheddafi”: ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria. Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. Ogni “guerra umanitaria” è in realtà un crimine contro l’umanità. Se si vuole difendere i diritti umani, l’unica strada per farlo è che tutte le parti si impegnino a cessare il fuoco, a fermare la guerra, la violenza, la repressione. Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono a un certo punto inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Appaiono inevitabili a chi per anni ha ignorato le violazioni dei diritti, a chi si è arricchito sul traffico di armi, a chi ha negato la dignità dei popoli e la giustizia sociale. Appaiono inevitabili a chi le guerre le ha preparate. Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. E’ la scelta assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica, che genera “cultura di guerra”. “Questa é dunque la domanda che vi poniamo, chiara, terribile, alla quale non ci si può sottrarre: dobbiamo porre fine alla razza umana o deve l’umanità rinunciare alla guerra?”


Dal Manifesto di Russell-Einstein, 1955


Perché l’utopia diventi progetto, dobbiamo innanzitutto imparare a pensare escludendo la guerra dal nostro orizzonte culturale e politico. Insieme a tutti i cittadini vittime della guerra, della violenza, della repressione, che lottano per i diritti e la democrazia.


“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.” Albert Einstein


Primi firmatari: Gino Strada, Carlo Rubbia, Luigi Ciotti, Renzo Piano, Maurizio Landini, Massimiliano Fuksas, Luisa Morgantini.

mercoledì 23 marzo 2011

VIMODRONE - DOMENICA 27 MARZO 2011 - PRC/FDS IN PIAZZA






VIMODRONE - DOMENICA 27 MARZO 2011 ORE 10-12 - PRC – FDS IN PIAZZA UNITA’ D’ITALIA PER LA PACE E IL SI AI REFERENDUM


LIBIA: LA GUERRA “UMANITARIA” E’ CONTRO I POPOLI E PER IL PETROLIO - MOBILITIAMOCI PER LA PACE E CONTRO LA PARTECIPAZIONE DELL’ITALIA ALLA GUERRA


Una nuova odiosa sporca guerra per il petrolio è cominciata in questi giorni contro la Libia. L’Italia è ridotta ad una portaerei e in violazione dell’art. 11 della Costituzione decide – per dirla con l’indimenticato don Tonino Bello – di diventare “un’arco di guerra proteso e minaccioso nel Mediterraneo”.



Di nuovo il parlamento è ridotto ad una caserma, con una votazione bipartisan a favore della guerra, e con una grottesca ed ingloriosa corsa a scavalcare a destra il governo. L’Italia è la linea del fronte e non da adesso. L’unica preoccupazione dei nostri governanti è stata sempre e solo quella di contenere e respingere i profughi e di mantenere salde le mani sul petrolio e il gas libico. In tutti questi anni le aspirazioni alla libertà di quel popolo sono state frustrate, ignorate e derise per fino dai baciamani nei confronti del capo di quel regime oppressivo.


Per lungo tempo e anche nelle ultime settimane l’Europa e la comunità internazionale sono state prima complici dei regimi corrotti del Magreb e poi mute davanti alle rivolte arabe per la giustizia sociale e la libertà. Non una politica di cooperazione è stata avanzata, non una revisione degli accordi economici neoliberisti che hanno affamato quei popoli è stata presa. Di nuovo silenzio e complicità accompagnano la sanguinosa repressione delle masse arabe nello Yemen e nel Bahrein. Tutto il mondo sa che invece in Libia si interviene con la devastante forza dei bombardamenti non per sostenere le legittime aspirazioni di quel popolo all’autodeterminazione e alla democrazia, ma per arrivare a spartirsi quel paese tra le multinazionali del petrolio.


Con un copione ormai logoro si ripropone tutta la retorica ipocrita dell’interventismo democratico e della guerra umanitaria di civiltà. Tutto deve tornare alla guerra al terrore perché il cambiamento del mondo arabo chiede una via diversa di risoluzione della crisi economica da quella prospettata dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.


Respingiamo l’inaccettabile ricatto “o stai con Gheddafi o stai con i bombardieri della Nato”. Noi siamo contro la guerra sempre, senza se e senza ma, perché tutte le “guerre umanitarie” hanno dimostrato il loro fallimento degli obiettivi dichiarati – tutelare i civili e promuovere la democrazia – mentre si sono tutti realizzati gli obiettivi nascosti e denunciati dal movimento per la pace (mettere le mani sulle risorse energetiche, ingrassare con le spese militari e con la corsa agli armamenti le lobby al potere, sostenere regimi fantoccio falsamente democratici).



Rifondazione Comunista non si arruola alla guerra, sostiene la lotta dei popoli per la liberazione e al contempo si oppone con forza all’intervento militare occidentale e all’uso delle basi poste sul nostro territorio. Ogni tentennamento aprirebbe la strada alla definitiva cancellazione dell’art. 11 della Costituzione e rappresenterebbe una gravissima regressione culturale in grado di sdoganare la guerra come strumento possibile ed accettabile della politica. Guerra e umanità sono incompatibili. Un’altra strada è possibile, a cominciare da una mediazione politico/diplomatica che porti all’immediato cessate il fuoco e ad una riconciliazione della Libia dentro un quadro unitario e democratico. REFERENDUM: VOTA SI SU ACQUA, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO





L’ACQUA E’ UN BENE COMUNE. Il governo Berlusconi consegna l’acqua alle grandi multinazionali e fa di questo bene essenziale che appartiene a tutti un oggetto del profitto di pochi ai danni di tutti noi cittadini. Il PRC-FDS è PER UNA GESTIONE PUBBLICA E PARTECIPATIVA DELL’ACQUA. Una gestione pubblica, efficiente, contro le politiche di rapina dei territori e a tutela del paesaggio idrogeologico. Una gestione che garantisca acqua potabile di qualità a tutti, investendo nel servizio idrico senza aumenti di tariffe.



Una gestione non inquinata da logiche di profitto, che sia definita dagli statuti comunali, (come quello di Vimodrone), come servizio pubblico locale privo di rilevanza economica. IMPEDIAMO LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA – APRIAMO LA STRADA ALLA RIPUBLICIZZAZIONE – ELIMINIAMO I PROFITTI DAL BENE COMUNE ACQUA.






Si alle ENERGIE RINNOVABILI NO AL NUCLEARE. Il popolo italiano si è già pronunciato a larghissima maggioranza contro il nucleare nel referendum del 1987. Il governo Berlusconi punta ad un ritorno al nucleare con un investimento massiccio di risorse economiche per la costruzione delle centrali. Noi diciamo SI ad una nuova politica energetica fondata sulle energie rinnovabili perché il sole, il vento, la forza dell’acqua fluente e il calore che scorre sotto terra sono le uniche fonti di cui l’Italia resterà sempre veramente ricca. Sono fonti dalle quali trarre energie pulite, sono fonti da cui potranno scaturire anche nuove possibilità occupazionali. Diciamo no al nucleare perché l’energia nucleare è costosa, è pericolosa (vedi Giappone), non è abbondante, non è pulita e lo smaltimento delle scorie altamente radioattive è lontano dall’essere risolto.




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