domenica 17 aprile 2011
CANTATA GRANDE PER UN’ALTRA MILANO
venerdì 15 aprile 2011
Ciao Vittorio!
martedì 12 aprile 2011
ITALIA - Mercoledì 13 aprile 2011 alle 16 Presidi davanti le sedi della Rai
venerdì 8 aprile 2011
SABATO 9 APRILE I GIOVANI SI PRENDONO LA PIAZZA
ro, garanzie e tutele nella vita e sul lavoro per le nuove generazioni che più di altre stanno pagando la crisi.Sono questi i primi passi di una rete promossa da quattordici associazioni che vanno dal comitato promotore della campagna Cgil «Giovani non più disposti a tutto» all’associazione nazionale degli archeologi, ci sono anche i dottorandi dell’Adi, i ricercatori precari del Cpu, operatori di call center, giovani imprenditori, avvocati e architetti, oltre a redattori, giornalisti precari e testate web che si occupano dei diritti degli stagisti. Il loro appello è stato sottoscritto negli ultimi giorni damigliaia di persone sul sito www.ilnostrotempoeadesso. it e dalle organizzazioni giovanili dei partiti di centro-sinistra (Idv, Pd, Sel e Fds). In una videolettera la segretaria Cgil Susanna Camusso ha comunicato il suo sostegno all’iniziativa, mentre è stata annunciata un’analoga iniziativa da parte del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Come vuole il format usato nelle mani
festazioni tematiche degli ultimi tempi, anche in questo caso è possibile guardare in rete i messaggi dei testimonial del mondo dello spettacolo e della cultura, dal premio Campiello Giovani Silvia Avallone al sociologo Luciano Gallino e Ascanio Celestini, David Riondino e Dario Vergassola, fino agli attori di Boris.Nella conferenza stampa organizzata ieri a Roma per presentare la manifestazione sono state snocciolate le cifre che hanno trasformato in poco più di due anni la «questione giovanile» in una vera e propria emergenza sociale intergenerazionale. I dati, soprattutto quelli che riguardano la disoccupazione, sono ormai di dominio pubblico. Ogni trimestre l’Istat conferma lo sconcertante primato che l’Italia detiene tra i paesiOcse: la media dei giovani disoccupati che hanno tra i 15 e i 24 anni si mantiene stabile poco sotto il 30 per cento. Quello che passa ancora oggi inosservato è la crescita del tasso di inattività al 71,6 per cento, una situazione che interessa di più gli uomini al Nord e le donne nelle regioni del Centro, mentre al sud il 32,9 per cento delle donne sono disoccupate.Osservando le statistiche che parlano di chi ha oggi almeno 34 anni si scopre che la nuova questione sociale affoga in una terra di mezzo
che fino a pochi anni fa tutti, ma proprio tutti, stentavamo a riconoscere. Scarse opportunità professionali, lavori in nero sottopagati e discontinui, quindi senza contratto e contributi, tutti fattori che hanno colpito la generazione nata negli anni Settanta, quella che era stata destinata al culto della libera e intraprendente professionalità e oggi si trova fuori dal mercato del lavoro con l’unico sostegno dei risparmi accumulati dalle reti familiari (che hanno già bruciato il 60 per cento delle loro risorse). Per questo il lavoro irregolare in Italia coinvolge ormai 1,5 milioni di persone sotto i 34 anni, tutti iscritti alla gestione separata dell’Inps. Pochi di loro, per non dire nessuno, avrà diritto ad una pensione a causa della sporadicità dei versamenti.Se poi volessimo allargare lo sguardo oltre questa soglia di età, è quasi certo che i dati aumenterebbero fino a raddoppiare. Considerando il tasso di inattività fino a 64 anni, sembra che gli inattivi e coloro che hanno rinunciato alla ricerca di una nuova occupazione ha raggiunto il 37,8 per cento della forza lavoro attiva. Qualche tempo fa l’Istat cercò di dare un profilo a questa figura sociale della crisi, coniando una nuova categoria, quella degli «sfiduciati », 1,5 milioni di persone ai margini della vita attiva.Dall’iper-attivismo alla sfiducia, sembra essere questo il destino di almeno due generazioni alle quali è stato recentemente consigliato di riscoprire i «lavori umili». Non la pensano così i promotori del 9 aprile che tuttavia non nascondono che il sindacato «ha avuto molte difficoltà nel dare una risposta alla precarietà,ma noi ci impegneremo a spingerlo a prendere una posizione». Chiedono alla politica nazionale di cambiare la propria agenda, sempre ferma alle questioni giudiziarie del Presidente del Consiglio; vogliono l’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo e rif
orme sociali che garantiscano il diritto ad un’equa retribuzione, allamaternità e alla continuità di reddito chemanca del tutto in Italia, unico paese nell’Unione Europea. Sullo sfondo resta la necessità del reddito di cittadinanza, la rivoluzione del Welfare e l’abolizione della legge 30, quella che ha introdotto le peggiori condizioni di lavoro dal Dopoguerra ad oggi. Non mancheranno occasioni per riprendere il filo del discorso. martedì 5 aprile 2011
MASSIMO ROSSI PORTAVOCE NAZIONALE FEDERAZIONE DELLA SINISTRA
IL RICATTO ITALIANO
a del mondo ci si aspetterebbe ben altra risposta. Soprattutto, dopo che lo stesso Maroni aveva sparato l'incredibile cifra di cinquecentomila. Si ha proprio l'impressione che il piagnisteo sull'Europa che ci abbandona sia una cortina fumogena per giustificare a priori inadempienze, confusione e soprattutto il fallimento di una politica di lungo periodo sull'immigrazione. E tutto questo con una forza politica di maggioranza, la Lega, che spara truci bordate per tener buono il proprio elettorato. Ma il problema è più grave e profondo.
opposizione, che non sa che pesci pigliare. Basti citare un'intervista a Rutelli, in cui l'ex sindaco anti-Rom la mette sui «trafficanti di uomini», come se i responsabili degli sbarchi fossero gli scafisti, e non i conflitti sociali, economici e militari che stanno travagliando Maghreb e Mashrek. Ben pochi ascoltano le voci dei migranti: «vogliamo la libertà», «là non possiamo più vivere»... e poi «in Italia ci trattano come cani» e così via. I nostri politici, bolliti da decenni di fallimenti, non sospettano nemmeno che questi sono esseri umani, i quali, in primo luogo, devono essere riconosciuti come tali e trattati di conseguenza. E quindi ospitati e ascoltat
i. E provvisti di permessi di soggiorno, circolazione e transito.mercoledì 30 marzo 2011
2 APRILE 2011: giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra
2 APRILE 2011: giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra
ssere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. Ogni “guerra umanitaria” è in realtà un crimine contro l’umanità. Se si vuole difendere i diritti umani, l’unica strada per farlo è che tutte le parti si impegnino a cessare il fuoco, a fermare la guerra, la violenza, la repressione. Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono a un certo punto inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Appaiono inevitabili a chi per anni ha ignorato le violazioni dei diritti, a chi si è arricchito sul traffico di armi, a chi ha negato la dignità dei popoli e la giustizia sociale. Appaiono inevitabili a chi le guerre le ha prepar
ate. Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. E’ la scelta assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica, che genera “cultura di guerra”. “Questa é dunque la domanda che vi poniamo, chiara, terribile, alla quale non ci si può sottrarre: dobbiamo porre fine alla razza umana o deve l’umanità rinunciare alla guerra?”
mercoledì 23 marzo 2011
VIMODRONE - DOMENICA 27 MARZO 2011 - PRC/FDS IN PIAZZA
Una nuova odiosa sporca guerra per il petrolio è cominciata in questi giorni contro la Libia. L’Italia è ridotta ad una portaerei e in violazione dell’art. 11 della Costituzione decide – per dirla con l’indimenticato don Tonino Bello – di diventare “un’arco di guerra proteso e minaccioso nel Mediterraneo”.
Di nuovo il parlamento è ridotto ad una caserma, con una votazione bipartisan a favore della guerra, e con una grottesca ed ingloriosa corsa a scavalcare a destra il governo. L’Italia è la linea del fronte e non da adesso. L’unica preoccupazione dei nostri governanti è stata sempre e solo quella di contenere e respingere i profughi e di mantenere salde le mani sul petrolio e il gas libico. In tutti questi anni le aspirazioni alla libertà di quel popolo sono state frustrate, ignorate e derise per fino dai baciamani nei confronti del capo di quel regime oppressivo.
Per lungo tempo e anche nelle ultime settimane l’Europa e la comunità internazionale sono state prima complici dei regimi corrotti del Magreb e poi mute davanti alle rivolte arabe per la giustizia sociale e la libertà. Non una politica di cooperazione è stata avanzata, non una revisione degli accordi economici neoliberisti che hanno affamato quei popoli è stata presa. Di nuovo silenzio e complicità accompagnano la sanguinosa repressione delle masse arabe nello Yemen e nel Bahrein. Tutto il mondo sa che invece in Libia si interviene con la devastante forza dei bombardamenti non per sostenere le legittime aspirazioni di quel popolo all’autodeterminazione e alla democrazia, ma per arrivare a spartirsi quel paese tra le multinazionali del petrolio.
Respingiamo l’inaccettabile ricatto “o stai con Gheddafi o stai con i bombardieri della Nato”. Noi siamo contro la guerra sempre, senza se e senza ma, perché tutte le “guerre umanitarie” hanno dimostrato il loro fallimento degli obiettivi dichiarati – tutelare i civili e promuovere la democrazia – mentre si sono tutti realizzati gli obiettivi nascosti e denunciati dal movimento per la pace (mettere le mani sulle risorse energetiche, ingrassare con le spese militari e con la corsa agli armamenti le lobby al potere, sostenere regimi fantoccio falsamente democratici).
Rifondazione Comunista non si arruola alla guerra, sostiene la lotta dei popoli per la liberazione e al contempo si oppone con forza all’intervento militare occidentale e all’uso delle basi poste sul nostro territorio. Ogni tentennamento aprirebbe la strada alla definitiva cancellazione dell’art. 11 della Costituzione e rappresenterebbe una gravissima regressione culturale in grado di sdoganare la guerra come strumento possibile ed accettabile della politica. Guerra e umanità sono incompatibili. Un’altra strada è possibile, a cominciare da una mediazione politico/diplomatica che porti all’immediato cessate il fuoco e ad una riconciliazione della Libia dentro un quadro unitario e democratico.
REFERENDUM: VOTA SI SU ACQUA, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO
L’ACQUA E’ UN BENE COMUNE. Il governo Berlusconi consegna l’acqua alle grandi multinazionali e fa di questo bene essenziale che appartiene a tutti un oggetto del profitto di pochi ai danni di tutti noi cittadini. Il PRC-FDS è PER UNA GESTIONE PUBBLICA E PARTECIPATIVA DELL’ACQUA. Una gestione pubblica, efficiente, contro le politiche di rapina dei territori e a tutela del paesaggio idrogeologico. Una gestione che garantisca acqua potabile di qualità a tutti, investendo nel servizio idrico senza aumenti di tariffe.
Una gestione non inquinata da logiche di profitto, che sia definita dagli statuti comunali, (come quello di Vimodrone), come servizio pubblico locale privo di rilevanza economica. IMPEDIAMO LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA – APRIAMO LA STRADA ALLA RIPUBLICIZZAZIONE – ELIMINIAMO I PROFITTI DAL BENE COMUNE ACQUA.

martedì 22 marzo 2011
NO ALLA GUERRA! PRESIDIO A MILANO

Milano, 21 marzo 2011
confronti di chi scappava da paesi attraversati da forti conflitti sociali e militari. Chiediamo l’immediato cessate il fuoco. Per questo è necessario tornare in piazza per un’ampia mobilitazione contro la guerra, contro il dittatore libico, contro questo ennesimo intervento militare, a sostegno delle esperienze democratiche del Maghreb e del Mashrek, per difendere il diritto all’accoglienza dei profughi. Su questi contenuti invitiamo tutte/i le cittadine e i cittadini a mobilitarsi partecipando al presidio di domani, 22 marzo 2011, alle ore 18.00 in Piazza San Babila.sabato 19 marzo 2011
Libia, interveniamo ma per un immediato "cessate il fuoco"

di Fabio Amato
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è pronunciato a favore dell'istituzione della No fly zone sulla Libia e dell'autorizzazione all'uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili. In altri termini, ha autorizzato la guerra.
Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell'Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.
Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell'aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.
Si tratta, in realtà, di un precedente ben pericoloso. Sul quale giustamente paesi come la Russia, la Cina, il Brasile, l'India e la Germania hanno espresso più di una riserva. Che si è limitata però ad un'astensione, che lascerà di fatto liberi quei paesi che hanno deciso di bombardare Tripoli e sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili per un cinico calcolo geopolitico e di convenienze. Sia chiaro a tutti che i diritti umani e le giuste aspirazioni dei giovani libici alla democrazia e a liberarsi dal regime non c'entrano nulla con la decisione di Parigi e Londra, seguite a ruota dal sempre più deludente Obama, di attivare l'intervento militare.
Chi sarà in futuro a decidere quali violenze contri i civili sono accettabili o meno saranno solo e sempre le superpotenze militari imperialiste e occidentali. E lo faranno con il sostegno del sistema di informazione mondiale che selezionerà alla bisogna chi e come andrà bombardato, chi potrà o meno rimanere al potere.
Chi stabilisce, infatti, che si decide di bombardare la Libia, mentre si consente all'Arabia Saudita di inviare truppe per sedare le proteste nel vicino Baherein, mentre si lascia il presidente dittatore da trentadue anni dello Yemen, Abdullah Saleh, sparare da giorni sulla folla che ne chiede a gran voce e da tempo le dimissioni? Si arriva al paradosso che la petromonarchia del Qatar, anch'essa impegnata nel reprimere le proteste del Baherein con il suo esercito, ha allo stesso tempo annunciato che invierà i suoi caccia per la democrazia in Libia.
Tutto ciò dimostra solo come nel caso libico si è da subito tentato di intervenire militarmente per interessi geopolitici.

Quale è infatti la razionalità politica di tale scelta? Semplice.
Come sempre, ciò che muove gli eserciti non sono le intenzioni umanitarie, ma ben altre ragioni e motivazioni. Seguite il petrolio, il gas e i dollari e troverete la risposta.
Per ciò che riguarda la Francia e la sua frenesia di menar le mani si segua, oltre alla via del petrolio, quella dell'uranio che alimenta le sue centrali nucleari e quelle che vende per il mondo.
Il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal governo libico forse lascia del tempo per cercare di evitare la tragedia di una guerra nel mediterraneo. Temiamo duri poco. Sarà cercato in ogni modo un pretesto per giustificare comunque l'attacco, ora che una parvenza di legittimità internazionale è stata data dalla sciagurata risoluzione 1973.
L'Onu, che dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, in questo caso ha varato una decisione che potenzialmente potrebbe allargarlo e diffondere la guerra. Una decisione quindi si storica, ma per stupidità. Una stupidità alla quale, naturalmente, non si sottrae il governo italiano, pronto a dare basi uomini e mezzi all'impresa. In buona compagnia del Pd - già d'altronde in prima fila nelle guerre umanitarie del passato - che condivide apertamente tale scelta.
Mentre la situazione in Libia stava precipitando, solo alcuni paesi progressisti dell'america latina hanno avanzato, invece di minacce e proclami, una proposta di mediazione, di soluzione politica del conflitto capace di scongiurare la guerra civile e l'intervento esterno. Questa proposta è rimasta colpevolmente abbandonata. Se vi sono ancora degli spiragli per evitare il peggio vanno usati ed agiti fino in fondo. Serve da subito una mobilitazione del popolo della pace per fermare la macchina da guerra che sta scaldando i suoi motori. Serve scendere subito in piazza contro la guerra e per chiedere che l'Italia rimanga fuori da questa nuova e sciagurata avventura bellica. Noi ci saremo.

Libia, interveniamo ma per un immediato "cessate il fuoco"
di Flavio Lotti * - su il manifesto del 18/03/2011
La violenza che il regime di Gheddafi sta usando e minaccia di usare per reprimere la rivolta iniziata il 15 febbraio ripropone la spinosa questione dell'intervento internazionale, di cosa può fare la comunità internazionale per scongiurare un nuovo bagno di sangue e per sostenere i diritti e la sicurezza dei libici.
Per alcuni la soluzione è una sola, come in ogni altra crisi: l'intervento militare. È la sola cosa che riescono a concepire, specialmente quando c'è di mezzo, come in questo caso, il petrolio. In realtà, la comunità internazionale non dispone di veri e propri strumenti di intervento. È una triste, amara e sconfortante realtà. Per essere efficace, l'intervento dovrebbe essere gestito da una autorità sopranazionale superpartes credibile. Chi interviene non deve avere secondi fini (tipo garantirsi il controllo delle risorse naturali di un paese) ma un solo obiettivo: proteggere la popolazione, difendere i diritti umani, impedire il massacro di civili innocenti. A questo scopo è stata costituita sessantasei anni fa l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Per intervenire l'Onu dovrebbe poter disporre di adeguati strumenti e risorse. Ma i governi degli stati membri non hanno mai consentito all'Onu di adempiere al proprio mandato e di organizzarsi di conseguenza.
L'intervento della comunità internazionale in Libia è indebolito dalla documentata accusa di usare due pesi e due misure. Il silenzio e la sostanziale inazione di fronte a tante tragedie in corso (come quella della Somalia) o grandi violazioni dei diritti umani (come quelle perpetrate da oltre sessant'anni nei confronti del popolo palestinese) rende la comunità internazionale poco credibile e la espone a pesanti accuse. A questo si aggiungono anche le - a dir poco - ombre lasciate da altri interventi militari occidentali come in Somalia, Bosnia, Kosovo, Iraq e Afghanistan.
Ciononostante, non è vero che non si può fare nulla. Nonostante la complessità della situazione in Libia, la comunità internazionale (Onu, Ue, Lega Araba, Unione Africana,...) deve: 1. agire con determinazione per raggiungere un cessate il fuoco immediato, fermare l'escalation della violenza e impedire un nuovo massacro; 2. inviare immediatamente in Libia gli osservatori internazionali dell'Onu; 3. soccorrere le popolazioni bisognose di assistenza umanitaria; 4. monitorare l'assoluto rispetto da parte degli stati dell'embargo sulle armi deciso con la Risoluzione 1970 (2011) del Consiglio di Sicurezza Onu. Il mondo ha bisogno di un sistema organizzato per gestire le crisi internazionali e prevenire guerre e genocidi. Servono: (1) un sistema di pre-allarme, di identificazione e monitoraggio dei conflitti più pericolosi prima che possano scoppiare; (2) uno strumento di mediazione tra le parti; (3) una forza di polizia internazionale, una forza militare e civile dell'Onu, istituita in modo permanente sulla base della Carta delle Nazioni Unite, pronta ad intervenire quando si deve impedire o fermare lo scoppio della violenza; (4) i corpi civili di pace; (5) il Tribunale Penale Internazionale, uno strumento per processare ogni persona accusata di genocidio o di crimini di guerra. È indispensabile inoltre che l'Unione Europea sappia parlare con una sola voce sulle questioni di politica internazionale e che s'impegni a costruire una Comunità del Mediterraneo in grado di sostenere pacificamente il processo di transizione alla democrazia e di sviluppo umano dei paesi del nord Africa e del Medio Oriente.
* Coordinatore della Tavola della pace
www.perlapace.it









